Le famiglie italiane hanno un patrimonio finanziario record di quasi 6.500 miliardi di euro. Ma il 61% dei risparmiatori tiene tutto sul conto corrente. Siamo il Paese più ricco d’Europa per risparmio privato — e quello che lo distrugge più silenziosamente.
L’11 luglio 2026 la FABI — la Federazione Autonoma Bancari Italiani — ha pubblicato il suo rapporto annuale sul patrimonio delle famiglie italiane. Il titolo del comunicato era trionfale:«Patrimonio record per le famiglie italiane: sfiorati i 6.500 miliardi». I giornali lo hanno rilanciato con toni celebrativi. E i numeri, in superficie, lo meritano: 6.487,7 miliardi di euro, +35% rispetto al 2020, il livello più alto mai registrato.
Il problema è che quei numeri raccontano solo metà della storia. L’altra metà è molto meno rassicurante — e quasi nessuno ne ha scritto.
Quello che voglio fare in questo articolo è leggere il rapporto FABI in profondità, separare la crescita nominale da quella reale, e spiegare perché il paradosso del risparmio italiano —avere molto e custodirlo male— è ancora il problema principale di milioni di famiglie italiane nel 2026.
I numeri del rapporto FABI: cosa dicono davvero
Cominciamo dai dati. Il patrimonio finanziario delle famiglie italiane ha raggiunto 6.487,7 miliardi di euro nel 2025, con un aumento di 1.687 miliardi rispetto al 2020. In sei anni, la ricchezza privata italiana è cresciuta del 35% in termini nominali. È un dato reale, verificato su statistiche della Banca d’Italia.
Ma dentro quel +35% ci sono storie molto diverse a seconda di dove erano allocati quei soldi.
| Componente patrimoniale | 2020 | 2025 | Variazione nominale | Variazione reale* |
|---|---|---|---|---|
| Azioni | €973,9 mld | €2.077,2 mld | +113% | +78% |
| Titoli obbligazionari | €247,6 mld | €523,6 mld | +111% | +77% |
| Fondi comuni | €689,1 mld | €901,9 mld | +30,8% | +9,6% |
| Polizze assicurative | N/A | N/A | −11,6 mld | Unica voce in calo |
| Liquidità (conti + depositi) | €1.556,3 mld | €1.603,0 mld | +3% | −13,7% |
| Totale patrimonio | €4.800 mld | €6.487 mld | +35% | +13% |
La tabella racconta una storia molto precisa. Chi aveva azioni o obbligazioni è cresciuto davvero — in termini reali, non solo nominali. Chi aveva fondi comuni ha guadagnato qualcosa, seppur meno. Chi aveva polizze ha perso. Chi aveva tutto sul conto corrente ha perso il 13,7% del potere d’acquisto in cinque anni — pur vedendo il numero sul conto aumentare leggermente in euro nominali.
Questo è il paradosso: il conto corrente dà lasensazione di sicurezzaperché il numero non scende mai. Ma in termini reali — in ciò che quei soldi possono comprare — si erode silenziosamente ogni anno.
📖Il paradosso: più ricchi sulla carta, più poveri nella realtà
Mettiamo in fila i numeri che creano il paradosso.
Le famiglie italiane hanno un patrimonio finanziario da 6.487 miliardi di euro. Sono circa 110.000 euro pro capite — uno dei livelli più alti d’Europa. Eppure, secondo l’Osservatorio Look to the Future 2026 di Athora Italia — realizzato con Nomisma su un campione rappresentativo — il61% dei risparmiatori italiani conserva le proprie disponibilità in forma liquida, tra conto corrente e contanti.
Il 61%. Su 6.487 miliardi di patrimonio totale, la componente liquida vale ancora 1.603 miliardi di euro. Con un’inflazione tornata al 3,2% a maggio 2026 (fonte ISTAT), quei 1.603 miliardi perdono ogni anno circa51 miliardi di euro di potere d’acquisto reale— senza alcun addebito visibile, senza notifiche, senza estratto conto che segnali la perdita.
Fonte:Osservatorio Look to the Future 2026, Athora Italia / Nomisma — giugno 2026«Il risparmio delle famiglie italiane è la più grande risorsa strategica del Paese. Ma una risorsa che si erode in silenzio non è una risorsa — è un’illusione di sicurezza.» — Elaborazione Matteo Giovagnoni su dati FABI e Banca d’Italia 2026
Il paradosso ha anche una dimensione culturale. Solo il 55% degli italiani comprende i rischi dell’inflazione, secondo la rilevazione Consob 2024. Questo significa che quasi la metà dei risparmiatori italiani non sa — o non percepisce — che tenere soldi sul conto corrente ha un costo reale e misurabile. Lo percepisce come una scelta neutra, prudente, sicura. Non lo è.
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Perché il 61% degli italiani non investe: la psicologia del conto corrente
I dati del simulatore sono chiari. Eppure il 61% degli italiani tiene tutto sul conto. Perché? Non per ignoranza — o almeno, non solo. I meccanismi psicologici che spingono a tenere i risparmi fermi sono profondi, razionali nella loro logica emotiva, e ben documentati dalla letteratura di finanza comportamentale.
L’illusione nominale
Il conto corrente non scende mai — o quasi mai. Ogni mese il numero è uguale o leggermente più alto. Questa stabilità apparente genera unasensazione di controllo e sicurezzache nessun altro strumento finanziario riesce a replicare. Il problema è che quella stabilità è nominale, non reale. Il cervello non percepisce l’erosione inflattiva perché è lenta, invisibile, senza segnale di allerta. Se il conto scendesse ogni mese di 150 euro per effetto dell’inflazione, il comportamento sarebbe radicalmente diverso.
Il rimpianto anticipato
Investire significa accettare la possibilità che il valore possa scendere nel breve periodo. Per molte persone, la prospettiva di vedere il portafoglio a −10% è più dolorosa della certezza di perdere il 3% annuo per inflazione. Questo non è irrazionale in senso assoluto — è l’effetto dellaloss aversiondescritta da Kahneman e Tversky: le perdite pesano circa il doppio dei guadagni equivalenti nella percezione emotiva. Il conto corrente non produce mai una perdita visibile. Gli investimenti sì. Quindi il cervello preferisce il conto.
La complessità come ostacolo
Il terzo fattore è la complessità percepita. Aprire un conto corrente è semplice, familiare, automatico. Costruire un portafoglio diversificato — anche uno semplice con tre ETF — richiede decisioni, confronti, comprensione di strumenti nuovi. Lostatus quo biasfa sì che in assenza di una spinta attiva, la maggior parte delle persone resti dove è. E dove è quasi sempre il conto corrente.
📖Case study: Roberto — «I soldi erano al sicuro. Ma non erano miei»
Dirigente d’azienda · Patrimonio liquido: 180.000€ · Conto corrente da 7 anni · Zero investimenti
- 1La situazione: 180.000€ fermi da sette anniRoberto aveva accumulato 180.000 euro negli anni, tra risparmio da stipendio e un’eredità ricevuta nel 2018. Aveva sempre tenuto tutto sul conto corrente di una grande banca. Non per paura dei mercati — o almeno, non solo. Principalmente perché non aveva mai trovato il momento giusto per fare qualcosa di diverso. «Ci penso dopo» è diventato sette anni di inerzia.
- 2La diagnosi: quanto aveva perso davveroQuando abbiamo fatto il calcolo insieme, la prima reazione di Roberto è stata di incredulità. In sette anni, con un’inflazione media del 3,1% e un rendimento del conto praticamente nullo, il potere d’acquisto dei suoi 180.000 euro si era ridotto a circa 145.000 euro in termini reali. Non aveva perso soldi nel senso tradizionale. Ne aveva persi 35.000 in modo invisibile, senza che nessuno glielo avesse mai detto.
- 3Il piano: liquidità strutturata, non liquidità totaleIl lavoro che abbiamo fatto insieme non è stato «investire tutto». Roberto aveva bisogno di mantenere una quota liquida per tranquillità e per spese pianificate. Abbiamo costruito una struttura a tre livelli: fondo di emergenza (6 mesi di spese, conto deposito), fondo di opportunità (spese pianificate a 2 anni, ETF monetario), e portafoglio di lungo periodo (orizzonte 15 anni, bilanciato). La liquidità sul conto corrente è scesa da 180.000 a 25.000 euro. Roberto ha dormito meglio — non peggio.
Il dato che nessuno cita: il +35% che vale solo +13%
Torniamo al rapporto FABI con uno sguardo più critico. La crescita nominale del 35% del patrimonio italiano in sei anni è reale. Ma l’inflazione cumulata nello stesso periodo è stata del 19,4% (ISTAT NIC). Sottraendo l’effetto inflattivo, la crescita reale del patrimonio è stata di circail 13%.
Tredici per cento in sei anni è circa il 2% annuo reale — meno del rendimento storico di qualsiasi asset class diversificata nel lungo periodo. Significa che, mediamente, le famiglie italiane hannosottoperformato sistematicamenterispetto a qualsiasi portafoglio bilanciato di riferimento — non per colpa del mercato, ma per la composizione del patrimonio.
Il dettaglio più significativo: la componente liquida è cresciuta del 3% nominale in sei anni, con un’inflazione cumulata del 19,4%. Significa che chi aveva 100.000 euro in liquidità nel 2020 ha oggi un potere d’acquisto di circa86.300 euro— con un numero sul conto leggermente più alto. Il paradosso del risparmio italiano, condensato in un solo dato.
📖La cosa positiva: qualcosa sta cambiando
Il rapporto FABI non è solo una storia di sprechi. C’è anche una notizia concretamente positiva: qualcosa sta cambiando, e in modo significativo.
Le azioni detenute dalle famiglie italiane sono più che raddoppiate — da 973 miliardi a 2.077 miliardi. I fondi comuni sono cresciuti del 30,8%. I titoli obbligazionari hanno registrato un aumento dell’111%. La liquidità, pur restando la componente più grande in valore assoluto, ha perso peso percentuale sul totale del patrimonio — un segnale che più famiglie stanno diversificando.
Il problema è che questo cambiamento è ancora parziale, lento, e spesso guidato da opportunismo più che da pianificazione. Il boom azionario del 2025 ha spinto molte famiglie verso le azioni — macomprare azioni dopo un +113% è diverso dal costruire un piano di accumulo disciplinato. La domanda non è se gli italiani hanno cominciato a investire: è se lo stanno facendo con il metodo giusto, o stanno semplicemente inseguendo i rendimenti del passato recente.
📖5 principi per uscire dal paradosso
- Misura il patrimonio in termini reali, non nominali.Il numero sul conto corrente non è il valore reale dei tuoi risparmi. Il valore reale è quanto puoi comprare con quei soldi oggi, rispetto a ieri. Calcola ogni anno quanto vale il tuo patrimonio al netto dell’inflazione — non per angosciarti, ma per avere un’immagine onesta della tua situazione.
- Distingui tre tipi di liquidità: emergenza, opportunità, attesa.Non tutta la liquidità è uguale. Il fondo di emergenza (3-6 mesi di spese) va tenuto sul conto o su un conto deposito libero. La liquidità per spese pianificate entro 24 mesi va su strumenti a breve termine. Tutto il resto — la liquidità che non ha una destinazione precisa — sta diventando un costo ogni giorno che passa.
- Non aspettare il momento giusto per investire.Il momento giusto non esiste — esiste solo il metodo giusto. Chi aspetta che i mercati «si calmino» o che la situazione geopolitica «si chiarisca» tipicamente rientra dopo i rimbalzi, perdendo esattamente la parte più redditizia del ciclo. Un piano di accumulo disciplinato è strutturalmente superiore a qualsiasi tentativo di timing.
- Considera il costo dell’inazione come un costo reale.Non fare nulla non è una scelta neutra. Ogni anno di liquidità ferma con inflazione al 3% è una perdita reale e misurabile. Trattala come tale — con la stessa attenzione che daresti a una commissione esplicita o a una perdita visibile sul conto.
- Costruisci un piano prima, non una reazione dopo.Il motivo per cui il 61% degli italiani tiene tutto sul conto non è la mancanza di strumenti — è la mancanza di un piano. Un piano scritto che definisce obiettivi, orizzonti, quote di liquidità e regole di intervento è il solo antidoto strutturale allo status quo bias. Senza un piano, la tendenza naturale è sempre quella di non fare nulla.
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Matteo Giovagnoni è consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede per FinecoBank S.p.A., iscritto all’Albo OCF (delibera n. 586 del 29/05/2014) e al RUI IVASS (sezione E, n. E000502819). Si occupa di pianificazione finanziaria con un approccio attento alla finanza comportamentale. Best Financial Advisor Central Italy 2023 e 2024 ed Educatore Finanziario dell’Anno 2026 (Citywire). Certificazioni: CIMA®, CFA Investment Foundations®, EFPA ESG Advisor, EFPA EPS, BEP SDA Bocconi.