Evoluzione ETF 2017-2026: la Guida Definitiva ai 5 Numeri

Dal 2017 al 2026 il patrimonio mondiale in ETF è passato da circa 4.700 a oltre 23.000 miliardi di dollari. In Italia le masse sono triplicate. Ecco l’evoluzione ETF che l’industria prevedeva nel 2017 e cosa è successo davvero.

Nel 2017 promettevano una rivoluzione. Nove anni dopo, ho controllato i numeri

Nel dicembre 2017 un libro promozionale distribuito ai consulenti finanziari italiani prometteva una “rivoluzione silenziosa” nella gestione del risparmio. Parlava di trasparenza dei costi in arrivo con la Mifid II, di un mercato degli ETF destinato a colmare il ritardo italiano rispetto al resto d’Europa, di una consulenza finanziaria che sarebbe cambiata radicalmente grazie al digitale.

Sono passati nove anni. Alcune di quelle previsioni si sono avverate, altre sono state smentite dai numeri, altre ancora si sono realizzate in una forma completamente diversa da quella immaginata allora. Ho ripreso in mano quelle pagine e le ho confrontate con i dati reali di oggi, perché credo che capire l’evoluzione di un settore — cosa prometteva e cosa ha effettivamente mantenuto — sia il modo più onesto per orientare le scelte di chi investe adesso, soprattutto quando si parla di uno strumento diventato così centrale nei portafogli come l’ETF.

Il dato che colpisce di più non è la crescita in sé, prevedibile per chiunque seguisse il fenomeno anche superficialmente nel 2017. È la direzione che questa evoluzione ha preso: non quella raccontata allora, e per certi versi molto più interessante.

In questo articolo ripercorro cinque numeri che, letti insieme, raccontano meglio di qualunque previsione cosa sia realmente successo tra il 2017 e il 2026 nel mondo degli ETF e della consulenza finanziaria italiana.

Non lo faccio per nostalgia, e nemmeno per criticare chi scriveva quelle pagine: erano previsioni ragionevoli, basate sui dati disponibili in quel momento, e in buona parte condivisibili con il senno di allora. Lo faccio perché chi lavora nella consulenza finanziaria dovrebbe abituarsi a confrontare periodicamente ciò che ha sostenuto in passato con quello che i numeri hanno effettivamente confermato o smentito nel tempo. È un esercizio scomodo, ma utile: costringe a distinguere tra ciò che sappiamo davvero e ciò che semplicemente ci sembrava plausibile in un determinato momento storico, con l’informazione allora disponibile.

Per un cliente, privato o istituzionale, questa distinzione conta più di quanto sembri. Ogni consulente racconta, prima o poi, uno scenario futuro per giustificare una scelta di portafoglio. Verificare come si sono comportate le previsioni di nove anni fa è il modo più concreto per capire quanto valore dare, oggi, alle previsioni che ascoltiamo o che facciamo.

I 5 numeri dell’evoluzione ETF dal 2017 al 2026

1. Le masse mondiali: da 4.700 a oltre 23.000 miliardi di dollari

A fine 2017 il patrimonio complessivo investito in questi strumenti a livello globale si aggirava intorno ai 4.700 miliardi di dollari, in una fase in cui il settore era già in forte espansione ma restava percepito come una nicchia rispetto ai fondi comuni tradizionali. A fine giugno 2026 la stessa industria ha toccato 23.090 miliardi di dollari, con un incremento del 16,3% nel solo primo semestre dell’anno e un flusso netto record di 1.330 miliardi raccolto nei primi sei mesi.

Significa un patrimonio quasi quintuplicato in nove anni, sostenuto da 85 mesi consecutivi di raccolta netta positiva: non un ciclo favorevole di breve periodo, ma un trend strutturale che ha attraversato crisi, rialzi dei tassi e correzioni di mercato senza mai invertirsi in modo duraturo. È probabilmente il numero che meglio sintetizza l’evoluzione di questo mercato nell’ultimo decennio: una crescita che nel 2017 pochi avrebbero definito realistica in questa misura, e che oggi rappresenta lo scenario di riferimento per chi costruisce un portafoglio.

2. L’Italia: masse triplicate, ma con una direzione diversa da quella attesa

Nel terzo trimestre 2017 il mercatoETFplus di Borsa Italianavaleva 64,89 miliardi di euro, un dato allora considerato un record storico. A giugno 2026 le masse quotate hanno superato i 221 miliardi di euro, con una crescita del 18,3% nei soli primi sei mesi dell’anno. Il patrimonio si è quindi più che triplicato in nove anni.

C’è però un dettaglio che il libro del 2017 non poteva prevedere: questi strumenti indicizzati oggi crescono soprattutto sostituendo i fondi comuni tradizionali di diritto estero, più che i prodotti bancari italiani, come conferma l’ultimamappa trimestrale di Assogestioni, che parla esplicitamente di “progressiva sostituzione di fondi tradizionali attivi con prodotti indicizzati e attivi”. Non è quindi soltanto una questione di volumi, ma di come cambia concretamente la composizione dei portafogli degli investitori italiani.

3. La sorpresa che nessuno aveva previsto: la gestione attiva dentro l’ETF

Nel 2017 il segmento a gestione attiva di questi strumenti quotati era pressoché inesistente: circa 58 miliardi di dollari a livello globale, una frazione marginale del mercato. A maggio 2026 ha raggiunto 2.490 miliardi di dollari, con una crescita da inizio anno del 28,8% e afflussi nei primi cinque mesi già superiori a tutto il 2025 messo insieme.

È il capitolo che nessun libro del 2017 poteva scrivere, semplicemente perché il fenomeno non esisteva ancora in forma significativa: un ibrido tra la struttura quotata tipica del passivo e la selezione titoli propria della gestione attiva tradizionale, oggi al centro delle strategie dei grandi emittenti mondiali. Se nel 2017 la domanda era “meglio attivo o passivo”, oggi quella domanda è in parte superata: l’evoluzione del settore ha prodotto una terza via che dieci anni fa non era nemmeno immaginabile.

4. Consulenza a parcella: il vero cambiamento strutturale

Il libro del 2017 immaginava un futuro dominato dal digitale puro, capace di sostituire in larga parte la figura del consulente. I numeri raccontano un’altra storia. A fine marzo 2026 il patrimonio complessivo in consulenza a pagamento, tra fee-only e fee on top, delle principali reti italiane ha superato 157 miliardi di euro, con Fineco al secondo posto della classifica con oltre 39 miliardi di euro sotto fee specifica, alle spalle del gruppo Fideuram.

Non è la disintermediazione digitale che veniva annunciata: è la crescita della consulenza remunerata a parcella, esplicita o inclusa nel costo del prodotto, che si affianca al modello tradizionale. È forse il cambiamento meno raccontato di questi nove anni, ma quello con l’impatto più diretto sulla vita di chi investe: avere sempre chiaro, in un modo o nell’altro, quanto si sta pagando e per cosa.

5. Robo-advisory: la rivoluzione rimandata

Il capitolo del libro dedicato al “futuro digitale” indicava nella consulenza automatizzata la prossima frontiera del settore, quella destinata a cambiare per sempre il modo in cui gli italiani si avvicinano agli investimenti. Nove anni dopo il servizio esiste, ma resta un fenomeno di nicchia rispetto alle attese di allora: pochi player consolidati, masse relativamente contenute rispetto al resto del risparmio gestito, e un’evoluzione verso modelli ibridi che affiancano un consulente umano all’algoritmo piuttosto che sostituirlo integralmente.

La vera trasformazione digitale della consulenza italiana, in altre parole, non è stata l’automazione totale immaginata nel 2017, ma la piattaforma che rende finalmente trasparente il costo del servizio umano. Un’evoluzione più lenta di quella promessa, ma probabilmente più solida.

6. Costi in calo, ma non ovunque allo stesso modo

Un elemento che il libro del 2017 anticipava correttamente riguarda la pressione sui costi. Nel corso degli ultimi nove anni il costo medio degli strumenti indicizzati più diffusi si è ulteriormente compresso, complice la concorrenza tra i principali emittenti mondiali. Quello che il testo del 2017 non poteva anticipare con altrettanta precisione è quanto lentamente, in confronto, si sia mossa la parte più tradizionale dell’industria del risparmio gestito italiano, dove il costo medio dei prodotti attivi resta ancora oggi significativamente superiore rispetto a quello dei corrispettivi indicizzati con lo stesso obiettivo di investimento.

Questo divario, più che la crescita delle masse in sé, è probabilmente l’elemento che oggi pesa di più nelle scelte di chi costruisce un portafoglio su un orizzonte di dieci, quindici o vent’anni: una differenza commissionale anche solo di uno o due punti percentuali all’anno, capitalizzata su un periodo lungo, produce uno scarto di risultato finale che nessuna abilità di selezione titoli riesce facilmente a colmare in modo sistematico e ripetibile nel tempo.

Simulatore — Il costo nascosto della gestione attiva

Prova a vedere quanto pesa nel tempo la differenza tra un fondo a gestione attiva tradizionale (dove la remunerazione del collocatore è già dentro il TER) e un portafoglio in ETF con una parcella di consulenza fee-only dichiarata a parte: è il confronto corretto, quello che nel 2017 quasi nessuno mostrava con chiarezza ai risparmiatori italiani.












Costo cumulato stimato — fondo attivo (TER, remunerazione del collocatore inclusa):
Costo cumulato stimato — ETF + parcella di consulenza esplicita:
Differenza sul capitale finale atteso:
Questo numero conta solo la differenza dichiarata sulla carta. Non include il costo reale del fai-da-te — ingressi e uscite decise sull’onda dell’emotività, market timing, strumenti scelti senza un piano — che nei portafogli che analizzo erode il rendimento molto più di quanto faccia una parcella dichiarata a chiare lettere.

E soprattutto: non ha senso confrontare il costo di un singolo fondo isolato. Quello che conta davvero è ilTER medio ponderato dell’intero portafoglio, comprese le sovrapposizioni tra strumenti simili che spesso fanno lievitare il costo reale senza che il risparmiatore se ne accorga.
Se vuoi capire come impostare un piano di accumulo capitale evitando gli errori più comuni legati proprio alla scelta e al costo degli strumenti, trovi l’approfondimento completo in PAC: errori da evitare e soluzioni.

Case study — Il portafoglio “fermo al 2017”

Qualche mese fa ho analizzato il portafoglio di un imprenditore del settore manifatturiero, cliente da meno di un anno. Deteneva da oltre un decennio una selezione di fondi comuni a gestione attiva acquistati tramite la propria banca di riferimento, mai più rivisti dopo la sottoscrizione iniziale, esattamente nel periodo in cui il libro del 2017 veniva distribuito ai consulenti del settore.

Il problema non era la performance in sé, in linea con il mercato in alcuni periodi e leggermente sotto in altri, ma la struttura dei costi: un TER medio superiore al 2% annuo su una parte consistente del capitale, a fronte di una gestione che replicava di fatto l’andamento dei principali indici di riferimento. Un caso specifico di quello che in gergo si chiama “closet tracking”: non significa che la gestione attiva non funzioni, ma che in quel singolo caso il costo pagato non era giustificato dal valore aggiunto effettivamente ricevuto.

L’analisi ha previsto un confronto puntuale tra il costo effettivo sostenuto negli ultimi cinque anni e quello di un’allocazione equivalente costruita con strumenti indicizzati a basso costo più una parcella di consulenza esplicita e trasparente. La differenza, proiettata sull’orizzonte di investimento residuo del cliente, risultava significativa in termini di capitale finale atteso, al netto di ogni ipotesi di extra-rendimento della gestione attiva che, nei cinque anni analizzati, non si era mai realmente verificato.

La soluzione non è stata una sostituzione integrale e immediata di tutto il portafoglio, ma una ristrutturazione graduale su un nucleo a basso costo, mantenendo satelliti attivi solo dove la selezione dimostrava un valore aggiunto verificabile nel tempo e non solo dichiarato. Il risultato, dopo i primi mesi, è stato un abbattimento sensibile del costo complessivo del portafoglio e, soprattutto, una comprensione finalmente chiara di quanto il cliente stesse effettivamente pagando ogni anno, cosa che nella relazione precedente non era mai stata comunicata con altrettanta chiarezza.

Un dettaglio che vale la pena raccontare: il cliente in questione non aveva mai firmato nulla che assomigliasse a un contratto di consulenza esplicita nei dieci anni precedenti. Aveva semplicemente accettato, incontro dopo incontro, i prodotti proposti dalla propria filiale, fidandosi di una relazione personale costruita nel tempo più che di un’analisi puntuale dei costi sostenuti. Non è un caso isolato: è probabilmente lo scenario più diffuso tra gli imprenditori italiani con un patrimonio finanziario consistente, e uno dei motivi per cui, quando arriva un nuovo cliente, la prima cosa che faccio non è proporre un nuovo portafoglio, ma ricostruire con precisione quello esistente. In molti altri casi che seguo, invece, una quota di gestione attiva resta pienamente giustificata: mercati meno efficienti, obbligazionario flessibile, strategie che richiedono selezione discrezionale. Il punto non è mai lo strumento in sé, ma se il costo pagato corrisponde a un valore realmente ricevuto.

Perché questo confronto conta di più se sei fee-only

Il motivo per cui questo confronto tra il 2017 e oggi mi interessa non è solo statistico. Nel modello fee-only la mia parcella è indipendente dai prodotti che scelgo per il cliente: nessuna retrocessione, nessun incentivo strutturale a preferire uno strumento invece di un altro. Che si tratti di un ETF, di un fondo attivo o di una combinazione dei due, la scelta dipende solo da cosa serve davvero a quel cliente, non da quanto rende a me.

La parcella è documentata da fattura, deducibile come costo di consulenza per le aziende alla voce B7 del conto economico, e approvabile dal CDA per le fondazioni che vogliono formalizzare la governance dei propri investimenti. È una struttura di remunerazione che nel 2017 restava confinata a pochissime realtà del settore italiano, vigilate dall’Organismo di Vigilanza e Tenuta dell’Albo Unico dei Consulenti Finanziari (OCF), quasi un’eccezione, e che oggi rappresenta oltre 157 miliardi di euro di patrimoni nelle sole reti di consulenza: probabilmente la crescita più concreta, anche se meno raccontata dai titoli dei giornali, di questi nove anni di evoluzione del mercato.

Per chi ha un’azienda, una fondazione, o semplicemente vuole restare libero di operare su più banche senza vincolare la consulenza a una singola piattaforma, questo modello resta il modo più diretto per allineare davvero gli interessi di chi consiglia a quelli di chi investe.

Va detto con altrettanta onestà che non esiste un unico modello giusto per tutti, e non lo dico solo per correttezza formale. Molti clienti, semplicemente, preferiscono non vedere un addebito esplicito sul conto e trovano più naturale una soluzione con retrocessione inclusa nel costo del prodotto: è una preferenza legittima quanto quella di chi vuole la parcella separata, non un ripiego. La differenza che conta davvero non è come viene incassata la remunerazione, ma se il cliente sa con chiarezza quanto sta pagando in totale — obbligo che, con la Mifid II, vale allo stesso modo in entrambi i casi.

Checklist — Prima di rivedere un portafoglio “vecchio”

Prima di rivedere un portafoglio costruito anni fa, ecco alcuni controlli che consiglio sempre di fare, soprattutto se non lo si tocca da tempo e se contiene ancora prodotti sottoscritti prima di questa fase di evoluzione del mercato:

  • Verificare il TER effettivo di ogni fondo in portafoglio, non solo la performance dichiarata nei documenti commerciali
  • Confrontare il rendimento netto degli ultimi cinque anni con quello dell’indice di riferimento della stessa categoria
  • Controllare se la gestione dichiarata attiva si discosta realmente dal benchmark, per capire se il costo pagato corrisponde a un lavoro di selezione effettivo
  • Chiedere una fotografia completa del costo totale annuo, comprese eventuali retrocessioni sui prodotti, per avere il quadro reale a prescindere dal modello di remunerazione scelto
  • Valutare se un nucleo a basso costo, affiancato da satelliti selezionati con criterio, riduce il costo complessivo senza sacrificare la strategia di fondo

Per capire come evitare le decisioni impulsive che spesso pesano sul risultato finale più dei costi stessi, ho scritto un approfondimento su come gestire l’emotività quando si investe da soli: fai da te e gestione delle emozioni negli investimenti.

E tra altri nove anni?

Se il libro del 2017 avesse dovuto scrivere una nuova edizione oggi, probabilmente il capitolo più corposo non sarebbe quello sui prodotti, ma quello sulla trasparenza dei costi. L’evoluzione degli ultimi nove anni racconta un settore che si è mosso più velocemente sul fronte della struttura commissionale che su quello degli strumenti in sé: gli ETF di oggi assomigliano molto a quelli di allora nella logica, ma il modo in cui vengono proposti — e soprattutto pagati — è profondamente diverso.

Guardando ai prossimi anni, gli elementi da monitorare restano gli stessi che hanno guidato questa fase: la crescita della componente attiva dentro gli strumenti quotati, l’espansione della consulenza a parcella oltre i patrimoni più elevati, e l’evoluzione normativa europea sulla trasparenza degli incentivi monitorata anche dallaCONSOB, tuttora in discussione a livello comunitario. Chi costruisce oggi un portafoglio dovrebbe guardare a questi tre elementi con la stessa attenzione con cui, nel 2017, si guardava alla sola crescita delle masse.

Non credo che tra nove anni scriveremo di una rivoluzione completamente diversa da quella in corso oggi. È più probabile che il percorso resti quello già tracciato: strumenti sempre più efficienti sul fronte dei costi, un confine sempre più sottile tra gestione attiva e passiva, e una consulenza finanziaria remunerata in modo sempre più esplicito. Il compito di chi fa questo lavoro, nel frattempo, resta lo stesso di nove anni fa: verificare i numeri prima di raccontare le previsioni, e aiutare chi investe a distinguere le due cose.

NelLaboratorio del Mercatouso il simulatore“04 — 100 Investitori”proprio per mostrare, con dati reali, quanti gestori attivi riescono davvero a battere il proprio indice di riferimento nel tempo: un modo diretto per capire perché questa crescita degli strumenti indicizzati raccontata nell’articolo non sia una moda passeggera, ma la conseguenza di un confronto che i numeri continuano a confermare anno dopo anno, esattamente come nei nove anni appena passati.

Prova il simulatore nel Laboratorio del Mercato →

Domande frequenti

Gli ETF di oggi sono uguali a quelli descritti nelle guide del 2017?

No. Accanto ai tradizionali strumenti a replica passiva è cresciuto un segmento a gestione attiva quasi inesistente nel 2017, oggi vicino ai 2.500 miliardi di dollari a livello globale, insieme a una gamma molto più ampia di soluzioni obbligazionarie, tematiche ed ESG che nove anni fa erano ancora marginali.

La rivoluzione del passivo prevista nel 2017 si è davvero realizzata?

In parte. La crescita delle masse mondiali è stata anche superiore alle attese dell’epoca, ma il vero cambiamento strutturale non è stato il digitale puro previsto allora, bensì l’espansione della consulenza a parcella, che in Italia ha raggiunto oltre 157 miliardi di euro tra fee-only e fee on top.

Conviene ancora affidarsi solo a un consulente remunerato esclusivamente a retrocessione?

Dipende dagli obiettivi e dalla complessità del patrimonio, ma i dati sull’evoluzione del settore mostrano una tendenza chiara verso modelli di remunerazione più trasparenti: la crescita costante dei patrimoni in consulenza fee-only e fee on top negli ultimi anni riflette una domanda crescente di indipendenza reale nelle scelte di portafoglio.

Un’ultima considerazione, forse la più pratica di tutte: nessuno di questi numeri, da solo, dice a un singolo risparmiatore cosa fare del proprio capitale. Servono per inquadrare il contesto, non per sostituire un’analisi puntuale della situazione personale, degli obiettivi e dell’orizzonte temporale di ciascuno. È per questo che, prima di qualunque scelta operativa, preferisco sempre partire da una fotografia precisa di dove si trova oggi chi ho davanti, piuttosto che da uno scenario generico valido per chiunque.

Fonti dati: ETFGI, Borsa Italiana/AMF Italia, Assogestioni, Assoreti, elaborazioni su comunicati stampa 2017 e 2026.