Portabilità del contributo aziendale: la “vera” svolta (dopo le nuove regole)
Nel mio articolo precedente sulle nuove regole per i fondi pensione, avevamo chiarito un punto: la previdenza complementare non è più un “tema da rimandare”, ma un pilastro della pianificazione finanziaria.
Ora arriva la notizia che rende tutto più concreto: dal 1° luglio 2026 potrai trasferire dopo due anni anche il contributo del datore di lavoro e il TFR verso un’altra forma di previdenza complementare, inclusi fondi aperti e PIP. E qui sta la vera svolta: il contributo aziendale smette di essere un “vincolo di categoria” e diventa un vantaggio che puoi ottimizzare.
Prima: il contributo aziendale era un “bonus” che ti indirizzava (quasi obbligato) a una sola strada
Fino a oggi, se volevi il contributo dell’azienda, spesso non avevi una vera scelta: dovevi restare nel fondo negoziale/chiuso previsto dal tuo CCNL, perché il contributo era legato a quella adesione.
Questo ha creato un paradosso:
-
stai facendo una scelta di lunghissimo periodo (la pensione),
-
ma spesso l’hai fatta perché era l’unico modo per “non perdere il contributo”.
Dal 2026 cambia: prima rispetti i requisiti (due anni), poi puoi portarti dietro tutto.
Dal 2026: contributo aziendale + TFR diventano “portabili” (e quindi ottimizzabili)
La norma consente, dopo due anni di partecipazione, di trasferire l’intera posizione includendo TFR e contributo del datore di lavoro, anche verso fondi aperti e PIP.
Questa frase merita di essere tradotta in italiano pratico:
✅ Non perdi il contributo aziendale
✅ Non perdi la storia contributiva
✅ Non devi scegliere tra “vantaggio aziendale” e “soluzione migliore”
E questo, per un risparmiatore, significa una cosa sola: più convenienza potenziale.
Perché conviene: 5 vantaggi concreti (non “teorici”)
Qui non parliamo di filosofia. Parliamo di soldi, disciplina e risultati nel tempo.
1) È come un aumento “silenzioso” dello stipendio (se lo sfrutti bene)
Il contributo del datore di lavoro è spesso il beneficio più sottovalutato in assoluto.
Perché? Perché è denaro aggiuntivo che entra nel tuo patrimonio previdenziale senza che tu debba “guadagnarlo” sul mercato.
In molti casi funziona così:
-
tu versi una quota (spesso piccola),
-
l’azienda aggiunge la sua,
-
e quel flusso continua per anni.
È uno dei pochissimi casi in cui, nella finanza personale, puoi dire: “qui ho un rendimento immediato” (perché stai ricevendo un contributo extra).
Dal 2026, in più, potrai non subire la scelta del contenitore per ottenere questo vantaggio.
2) La concorrenza migliora tutto: costi, servizio, linee e trasparenza
La norma ha un obiettivo chiaro: aumentare concorrenza e libertà di scelta.
Quando un fondo “sa” che puoi portare via anche la parte aziendale e il TFR, tende ad alzare l’asticella su:
-
qualità dei comparti,
-
reporting e comunicazione,
-
efficienza operativa,
-
attenzione ai costi.
Non perché sono “buoni”: perché il mercato lo impone.
3) Puoi scegliere un percorso più coerente con la tua età (e qui si gioca la partita)
Il vero costo nascosto non è solo “la commissione”: è stare per 10–15 anni nel comparto sbagliato.
Esempi classici:
-
30–40 anni, orizzonte lungo, ma comparto troppo prudente → potenziale crescita sprecata
-
55–60 anni, comparto troppo aggressivo senza pianificazione della fase di uscita → volatilità gestita male
La portabilità rende più facile costruire un percorso coerente e, se serve, spostarsi verso una soluzione che:
-
ti consente più gradualità,
-
più controllo,
-
più integrazione con il resto del tuo patrimonio.
4) È una leva di pianificazione: puoi integrare davvero pensione, risparmio e investimenti
Il fondo pensione non dovrebbe essere “un cassetto a parte”.
Dovrebbe essere parte di:
-
protezione (capitale),
-
obiettivi (rendita futura),
-
efficienza fiscale,
-
passaggio generazionale (in alcuni casi).
Se oggi sei incastrato in un contenitore che non si integra bene col resto, la portabilità ti permette di allineare tutto.
E quando allinei tutto, normalmente succede una cosa: smonti sprechi e sovrapposizioni.
5) Psicologia (che diventa rendimento): quando scegli tu, resti più disciplinato
È un vantaggio sottovalutato, ma enorme.
Se senti che il fondo pensione è “quello che mi tocca”, la motivazione è bassa, l’attenzione anche, e spesso si interrompe o si versa il minimo indispensabile.
Quando invece hai scelto consapevolmente:
-
capisci perché versi,
-
capisci cosa stai costruendo,
-
e sei più costante.
Nel lungo periodo, la costanza batte quasi tutto.
La convenienza non è “sempre”: è per chi fa una cosa intelligente (e semplice)
La portabilità è un’opportunità, non un obbligo. E va usata bene.
Conviene soprattutto se:
-
hai diritto al contributo aziendale e vuoi massimizzarlo senza vincoli,
-
il tuo comparto è incoerente con età e obiettivi,
-
vuoi una pianificazione previdenziale integrata e monitorabile,
-
vuoi ottimizzare l’efficienza complessiva (costi/gestione/servizio).
Conviene poco se:
-
ti muovi solo perché “hai letto che conviene”,
-
non hai idea di come sarà l’uscita (capitale/rendita),
-
non hai fatto un check di costi, comparti e regole.
Tempistiche: 1° luglio 2026 (e il punto operativo da sapere)
La misura entra in vigore dal 1° luglio 2026.
Resterà il vincolo dei due anni di adesione prima di poter trasferire.
Inoltre, verranno definite le modalità attuative e operative (COVIP).
Quindi oggi la mossa giusta non è “cambiare subito”.
La mossa giusta è: arrivare pronti.
Cosa fare adesso: la strategia semplice per sfruttare davvero la convenienza
Ecco il percorso che consiglio (senza fuffa):
1) Verifica se hai diritto al contributo aziendale e quanto vale
Per molti è un “tesoro nascosto”: c’è, ma non lo valorizzano.
2) Controlla comparto e coerenza con la tua fase di vita
Il comparto non deve essere “quello standard”. Deve essere il tuo.
3) Pianifica già oggi un possibile “punto di decisione” nel 2026
Se sai che dal 1° luglio 2026 cambia tutto, puoi:
-
preparare un confronto serio,
-
definire una strategia (resto / trasferisco),
-
arrivare a scelta pronta e sensata.
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Call to action
Se vuoi capire quanto vale per te questa novità (in euro, non in teoria) e come sfruttarla per costruire una pensione integrativa più efficiente, scrivimi: preparo una analisi previdenziale con scenari e un piano pratico per arrivare al 2026 con una scelta già pronta e intelligente.
Il fondo pensione: ancora più “centrale” dal 2026
Se negli ultimi anni la previdenza complementare era “consigliabile”, con la Legge di Bilancio 2026 diventa sempre più strutturale.
Non perché lo dica un consulente finanziario (che, per definizione, potrebbe sembrare di parte). Ma perché lo dice la direzione in cui si sta muovendo il sistema: più incentivi fiscali, più automatismi, più spinta alla partecipazione.
E quando lo Stato mette mano a regole come deducibilità e adesione automatica, sta mandando un messaggio chiaro:
“La pensione pubblica da sola non basta; serve un secondo pilastro.”
Il contesto: quasi 10 milioni di iscritti, ma il vero problema è quando si inizia
Secondo la documentazione ufficiale COVIP, gli iscritti alle forme pensionistiche complementari hanno superato quota 9,9 milioni (dato a fine 2024), con crescita anno su anno.
È un buon segnale. Ma c’è un dettaglio che pesa più del numero: l’età di ingresso.
Perché in previdenza (come negli investimenti) la variabile più sottovalutata è sempre la stessa: il tempo.
Ecco perché, in questo articolo, oltre alle novità normative, voglio martellare un concetto semplice:
Aprire una posizione previdenziale “prima” vale più che versare “tanto” ma tardi.
Novità n.1 — Deducibilità annua: il tetto sale a 5.300€ dal 2026
Partiamo dall’aggiornamento più immediato e più “misurabile”.
La Legge di Bilancio 2026 modifica l’art. 8 del D.Lgs. 252/2005:
dal periodo d’imposta 2026, il limite di deducibilità dei contributi sale a 5.300 euro.
Quindi, se versi nel 2026, l’effetto fiscale si riflette nella dichiarazione (tipicamente) del 2027, secondo le regole del tuo regime dichiarativo.
Perché questo aumento conta più di quanto sembri
L’incremento non è enorme in valore assoluto (da 5.164,57€ a 5.300€), ma è rilevante per tre motivi:
-
È un segnale politico-fiscale: si torna a muovere una soglia rimasta ferma per anni.
-
Rende più efficiente la pianificazione per chi già utilizza bene la deduzione.
-
Si integra con altre modifiche (adesione automatica e default lifecycle), che spingono l’adozione del secondo pilastro.
Novità n.2 — Cambia la “deduzione aggiuntiva” per chi ha iniziato da poco
Sempre sull’art. 8, la Legge di Bilancio interviene anche sul meccanismo del comma 6 (la parte che riguarda il recupero di deducibilità non utilizzata nei primi anni di partecipazione), riscrivendo la formulazione e collegandola in modo più diretto al limite annuo.
Traduzione operativa: per chi inizia presto e versa poco nei primi anni (scenario tipico: giovani lavoratori, carriere non lineari, professionisti all’inizio), la norma tende a rendere più coerente la logica del “recupero” rispetto al tetto annuo.
Non è una bacchetta magica, ma è un altro tassello che va nella stessa direzione: favorire l’ingresso anticipato.
Novità n.3 — Dal 1° luglio 2026 scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti (privato)
Questa è la novità che cambia davvero il “comportamento” delle persone.
Dal 1° luglio 2026, per i lavoratori di prima assunzione nel settore privato (esclusi domestici), scatta un meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare secondo le nuove modalità introdotte nell’art. 8 del D.Lgs. 252/2005.
Il MEF lo sintetizza chiaramente tra le misure principali: adesione automatica dal 1° luglio 2026.
Come funziona in pratica
La legge prevede che l’adesione automatica indirizzi il neoassunto:
-
verso la forma collettiva prevista da accordi/CCNL, se presente
-
altrimenti verso la forma residuale individuata dalla regolamentazione (richiamato DM 31 marzo 2020, n. 85)
E introduce un passaggio operativo fondamentale:
entro 60 giorni dalla prima assunzione, il lavoratore può:
-
rinunciare all’adesione automatica e mantenere il TFR in azienda (art. 2120 c.c.), oppure
-
scegliere un’altra forma di previdenza complementare (fondo aperto/PIP/altro) per conferire il TFR.
Se non esercita la scelta, parte l’automatismo.
Novità n.4 — Il TFR e i versamenti decorrono “da subito” (effetto retroattivo dal giorno di assunzione)
Un dettaglio tecnico che però cambia la sostanza:
In caso di adesione automatica, il datore di lavoro inizia i versamenti dal mese successivo alla scadenza dei 60 giorni, ma includendo quanto dovuto a partire dalla data di prima assunzione.
Questo significa che l’adesione, pur “formalizzata” dopo la finestra dei 60 giorni, decorre dalla data di assunzione.
Dal punto di vista della disciplina del risparmio, è un acceleratore potente: è l’ennesimo modo per rendere “standard” ciò che oggi è ancora opzionale per molti.
Novità n.5 — Investimento “default” più intelligente: arriva il criterio lifecycle per i taciti
Per anni, uno dei punti deboli del silenzio-assenso era la destinazione “standardizzata” in comparti spesso poco coerenti con età e orizzonte.
La Legge di Bilancio 2026 cambia impostazione: gli statuti e i regolamenti dovranno prevedere che i flussi derivanti da adesioni non esplicite siano investiti in percorsi/linee con differenti profili rischio-rendimento, tenendo conto in particolare di:
-
orizzonte temporale
-
età anagrafica dell’aderente
In altre parole: default lifecycle.
È un passaggio culturale enorme: se non scegli, non finisci più “a caso”, ma dentro una traiettoria più coerente con l’obiettivo previdenziale.
Novità n.6 — Obblighi informativi rafforzati per i datori di lavoro
La norma rafforza l’informativa al momento dell’assunzione:
-
spiegazione degli accordi collettivi applicabili
-
descrizione del meccanismo di adesione automatica
-
indicazione della forma destinataria e delle tempistiche
E introduce una logica aggiuntiva per chi non è di prima assunzione: il datore di lavoro deve verificare la scelta previdenziale pregressa e gestire la destinazione del TFR sulla base della dichiarazione del lavoratore.
Novità n.7 — COVIP: adeguamento istruzioni entro il 1° luglio 2026
La legge stabilisce che queste disposizioni si applicano dal 1° luglio 2026 e che entro la medesima data COVIP adegua le proprie istruzioni.
Questa è una riga che vale oro, perché significa: non è teoria, è implementazione.
Novità n.8 — Aggiornamenti su prestazioni, vincoli e tutela del montante
La norma interviene anche su profili di tutela e limiti legati a riscatti/anticipazioni/prestazioni, richiamando regole analoghe a quelle vigenti per pensioni obbligatorie in tema di cedibilità/sequestrabilità/pignorabilità per alcune casistiche (RITA e altre prestazioni indicate).
Qui il messaggio di fondo è: la previdenza complementare viene sempre più trattata come gamba strutturale del sistema, con conseguenze anche sul piano delle tutele.
Perché queste novità “esaltano” l’esigenza di avere una posizione aperta (anche se versi poco)
Ora veniamo al punto davvero importante per chi legge.
Le novità della Legge di Bilancio 2026 non dicono solo “versa di più”.
Dicono: entra nel sistema.
Perché avere una posizione aperta significa:
1) Comprare anni (che valgono più dei soldi)
La previdenza è una maratona. Aprire presto non è romanticismo: è matematica.
-
più tempo = più accumulo
-
più tempo = più opportunità di costruire una linea coerente
-
più tempo = più flessibilità su anticipazioni, RITA, scelte di rendita/capitale
2) Mettere in sicurezza il “pilastro 2” anche con carriere discontinue
Il lavoro oggi è meno lineare: cambi di azienda, periodi misti, partita IVA, pause.
Una posizione aperta è un contenitore che puoi alimentare nel tempo, a prescindere dalla traiettoria professionale (con le regole specifiche di ogni forma).
3) Non subire gli automatismi: governarli
Con l’adesione automatica, molti entreranno “per default”.
Chi ha già una posizione aperta, invece, può scegliere consapevolmente dove indirizzare TFR e contribuzione, evitando di lasciare al caso (o alla burocrazia) una scelta che impatta decenni.
L’errore più comune: aspettare “la cifra giusta”
Aspettare di poter versare 3.000–5.000€ l’anno è un alibi che vedo spesso.
Nella realtà, per la maggior parte delle persone, la mossa migliore è:
-
aprire la posizione
-
impostare un versamento sostenibile
-
aumentare nel tempo
Il fondo pensione non premia gli eroi. Premia i disciplinati.
E i giovani? Qui la legge è chiarissima: bisogna iniziare prima
I dati COVIP mostrano un sistema in crescita, ma con squilibri: la partecipazione non è omogenea e l’età conta eccome.
Ecco perché la spinta all’adesione automatica (dal 1° luglio 2026) va letta come un “nudge” istituzionale: portare dentro prima chi tende a rimandare.
Cosa fare operativamente nel 2026: 7 mosse pratiche
1) Aprire una posizione (anche minima) se oggi non ce l’hai
L’obiettivo è entrare nel perimetro previdenziale e impostare un’abitudine.
2) Pianificare la deduzione con il nuovo tetto a 5.300€
Se hai capienza fiscale, ha senso ragionare su un piano che sfrutti in modo efficiente il plafond.
3) Verificare dove finisce il TFR (soprattutto se cambi lavoro)
Dal 1° luglio 2026 i neoassunti avranno un meccanismo diverso: serve sapere come gestirlo entro i 60 giorni.
4) Non “subire” il default: scegliere la linea coerente
Il lifecycle di default è un passo avanti, ma non sostituisce il progetto.
5) Coordinare previdenza e investimenti (non sono concorrenti)
Previdenza = obiettivo pensione, fiscalità e disciplina.
Investimenti = flessibilità e obiettivi intermedi.
Insieme funzionano meglio.
6) Non farti guidare solo dalla deduzione
La deduzione è un acceleratore, non il motore.
7) Scrivere regole semplici (e rispettarle)
Versamento automatico + revisione annuale = risultati migliori della “genialità” spot.
FAQ (domande frequenti)
La deduzione a 5.300€ vale già nel 2025?
No: la norma indica dal periodo d’imposta 2026.
L’adesione automatica riguarda anche i dipendenti pubblici?
La misura è riferita ai neoassunti del settore privato (con esclusione dei lavoratori domestici) nella formulazione richiamata dal MEF.
Se vengo assunto dopo il 1° luglio 2026, quanto tempo ho per scegliere?
La norma prevede 60 giorni dalla data di prima assunzione per rinunciare o scegliere diversamente (TFR in azienda o altra forma).
Se non faccio nulla, cosa succede al TFR?
Opera l’adesione automatica verso la forma collettiva prevista dagli accordi oppure verso la forma residuale indicata, con conferimento del TFR secondo le regole previste.
Il lifecycle “default” significa che non devo più scegliere nulla?
No. Significa solo che il default è più coerente. Ma la scelta migliore resta quella inserita in un piano pensionistico complessivo.
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Call to Action
Se vuoi capire quanto dovresti integrare, quale forma previdenziale è più coerente con la tua situazione (dipendente, libero professionista, imprenditore) e come sfruttare al meglio deducibilità + TFR + strategia di investimento, scrivimi.
La pensione non è un evento futuro: è una costruzione presente.
Prima inizi, più opzioni avrai.
Certificazione EFPA EPS: guida pratica alla pensione
La scena tipica: la pensione entra in stanza… quando è già tardi
Succede spesso così.
La pensione non è un argomento che “si sceglie”: di solito ti piomba addosso in un momento qualsiasi, magari tra una call di lavoro e una lista della spesa.
“Matteo, mi è arrivata una simulazione… e non torna.”
Oppure:
“Ho cambiato tre contratti, due aziende e ho anche un buco contributivo. Ma tanto… ci penserà l’INPS, no?”
Ecco. È proprio in quel “no?” che si nasconde il problema: la pensione viene trattata come una speranza, non come un progetto.
È uno dei motivi per cui ho deciso di conseguire la certificazione EFPA – European Pension Specialist (EPS): perché se c’è un’area in cui servono metodo, competenza e pazienza, è questa.
Perché ho scelto la certificazione EFPA EPS

Ci sono certificazioni che fanno curriculum. E certificazioni che fanno lavoro migliore.
La pensione è un tema dove non basta “sapere due cose”. Serve saperle collegare:
-
regole e normativa
-
fiscalità (che spesso è la parte più fraintesa)
-
scelte di accumulo e, soprattutto, decumulo (cioè: come userò quei soldi)
-
coerenza con il piano finanziario complessivo
La certificazione EFPA EPS è un percorso specialistico pensato proprio per chi vuole lavorare con serietà sulla pianificazione pensionistica: non la “solita chiacchiera da bar” sulla pensione che non ci sarà, ma una struttura concreta, verificata, con un esame finale.
Una cosa importante: chi legge “pensione” pensa subito a “prodotto”
È normale: siamo abituati così.
Fondo pensione? PIP? Comparto garantito? Azionario? Deduzione? RITA?
Il punto è che questi sono strumenti. Ma prima dello strumento serve la domanda giusta.
La domanda giusta non è: “Qual è il fondo migliore?”
La domanda giusta è: “Qual è il mio obiettivo pensionistico e cosa rischio se non faccio nulla?”
Che cos’è davvero la certificazione EFPA EPS
EFPA è uno degli enti di certificazione più riconosciuti in Europa nell’ambito della consulenza e della pianificazione finanziaria.
La certificazione European Pension Specialist (EPS) è focalizzata sulla previdenza e sulla pianificazione pensionistica: quindi pensione pubblica, previdenza complementare, fiscalità, normativa e costruzione di percorsi coerenti.
Tradotto in una frase sola: EPS significa “competenza certificata su un tema che tutti hanno, ma pochi gestiscono”.
L’illusione più comune: “Poi ci penserò”
Il problema della pensione non è solo che è lontana. È che è lenta.
Le conseguenze delle scelte previdenziali non si vedono domani mattina. Si vedono tra 10, 20, 30 anni.
E quando le vedi… spesso è tardi per correggere.
Quindi sì: è un tema scomodo.
Ma è anche uno dei più “gentili” da gestire, se inizi per tempo: perché non richiede gesti eroici. Richiede disciplina.
I tre pilastri: come ragiono io quando affronto la pensione con una persona
Quando lavoro su un progetto pensionistico, mi piace semplificare così:
-
Pilastro 1: pensione pubblica (INPS o casse professionali)
-
Pilastro 2: previdenza complementare (fondi pensione / PIP / negoziali)
-
Pilastro 3: patrimonio personale (investimenti, riserve, immobiliare, azienda)
Il punto non è “scegliere il migliore”.
Il punto è farli lavorare insieme. E farlo in modo coerente con la vita reale: carriere che cambiano, redditi che oscillano, imprevisti, figli, scelte.
La fiscalità: l’area in cui si fanno più errori (anche in buona fede)
Qui vedo due estremi opposti:
-
“Il fondo pensione è come un ETF, uguale.” (No: ha regole proprie.)
-
“Il fondo pensione è sempre la cosa migliore.” (No: dipende dal tuo piano.)
La fiscalità può essere un acceleratore importante, ma non deve diventare l’unico motivo per decidere.
Prima viene il progetto. Poi viene lo strumento.
La mia checklist pratica (quella che uso davvero)
Se vuoi un approccio concreto, ecco il percorso che seguo spesso:
-
Fotografia: estratto contributivo, eventuale cassa, fondi già aperti
-
Obiettivo: che tenore di vita vuoi mantenere? quali spese? quali priorità?
-
Stima del gap: differenza tra ciò che ti serve e ciò che potresti ricevere
-
Strategia: come distribuire il peso sui tre pilastri
-
Strumento: scegliere soluzioni coerenti con età, orizzonte e rischio sostenibile
-
Regole di disciplina: automatismi, versamenti periodici, revisione annuale
-
Monitoraggio: aggiornare quando cambia lavoro, reddito, famiglia o normativa
Non è complicato. È solo… strutturato.
Ed è questa la differenza tra “parlarne” e “gestirla”.
Tre esempi (molto semplificati) di come cambia il ragionamento
Esempio 1 – Giovane dipendente
Qui il vantaggio principale è iniziare presto con importi sostenibili. L’obiettivo non è “fare il colpo”. È comprare anni.
Esempio 2 – Libero professionista
Qui il tema è doppio: continuità contributiva e costruzione di un capitale integrativo con redditi variabili.
Esempio 3 – Imprenditore
Qui la pensione è un pezzo del puzzle: entrano in gioco azienda, protezione, patrimonio, continuità e spesso anche passaggio generazionale.
Gli errori più comuni che vedo
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Rimandare perché “manca tanto”
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Scegliere comparti a caso o solo per paura
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Confondere “deduzione” con “guadagno”
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Ignorare costi e orizzonte (la previdenza è una maratona)
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Usare il fondo pensione come un conto corrente (anticipazioni non pianificate)
Cosa cambia per te se il tuo consulente ha una certificazione come EFPA EPS
Una certificazione non è una promessa di risultati.
È un segnale di metodo.
Significa studio strutturato e verifica tramite esame, linguaggio tecnico usato con responsabilità, attenzione ai dettagli (norme, fiscalità, coerenza nel tempo) e, soprattutto, un approccio meno “opinabile” e più “processo”.
In altre parole: non garantisce magie. Aumenta la probabilità di fare scelte più solide.
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La pensione non è un evento futuro. È una costruzione presente.
La certificazione EFPA EPS, per me, è un passo in più per offrire un supporto ancora più competente e strutturato su uno dei temi più delicati (e più sottovalutati) della vita finanziaria: il futuro previdenziale.
Call to action
Se vuoi fare un punto (anche preliminare) sulla tua situazione pensionistica e capire quali leve hai a disposizione, scrivimi: ti aiuto a trasformare un tema “complicato” in un piano chiaro, misurabile e sostenibile nel tempo.
Previdenza complementare: perché i giovani e i professionisti non possono più rimandare
L’importanza di costruire oggi la pensione di domani
La previdenza integrativa è passata da tema di nicchia a questione centrale per milioni di italiani.
Secondo l’ultimo rapporto COVIP, nel 2025 gli iscritti ai fondi pensione hanno superato i 9,9 milioni, in crescita costante rispetto agli anni precedenti.
Un dato che fotografa un cambiamento culturale: cresce la consapevolezza che la pensione pubblica, da sola, non sarà sufficiente a garantire un tenore di vita adeguato.
Ma nonostante i numeri incoraggianti, troppi giovani e professionisti indipendenti continuano a rimandare la decisione di aderire a un fondo previdenziale, spesso per disinformazione o falsa sicurezza.
Il nuovo contesto: un sistema in trasformazione
Il sistema previdenziale italiano, a ripartizione, si basa su un principio semplice: i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni di chi è in quiescenza.
Un equilibrio che però si è incrinato con l’aumento dell’età media e la riduzione della popolazione attiva.
Secondo i dati ISTAT, nel 2040 ci saranno circa 1,5 lavoratori per ogni pensionato, contro i 4 di trent’anni fa.
Ciò significa pensioni pubbliche più basse e tempi di uscita dal lavoro più lunghi.
In questo scenario, la previdenza complementare non è più una scelta “facoltativa”, ma una necessità per chiunque desideri mantenere stabilità e libertà finanziaria nel lungo periodo.
Perché iniziare presto fa la differenza
Il vantaggio principale dell’adesione precoce è la forza dell’interesse composto.
Iniziare a 25 anni invece che a 40 significa avere 15 anni in più di accumulo, che moltiplicano l’effetto di crescita dei rendimenti nel tempo.
Un esempio semplice:
-
Un giovane che versa 150 € al mese per 35 anni, con un rendimento medio del 3%, può arrivare a oltre 110.000 € di capitale finale.
-
Con lo stesso versamento, ma iniziando 15 anni dopo, la somma accumulata scende a circa 55.000 €.
📈 Il tempo è il più grande alleato del risparmiatore previdente.
I vantaggi fiscali della previdenza complementare
Uno degli aspetti più sottovalutati è il beneficio fiscale legato ai versamenti.
La normativa italiana consente di dedurre fino a 5.164,57 € all’anno dai redditi imponibili, riducendo direttamente l’imposta dovuta.
Inoltre:
-
i rendimenti dei fondi pensione sono tassati solo al 20% (contro il 26% degli altri strumenti finanziari);
-
le prestazioni finali (riscatti o rendite) beneficiano di una tassazione agevolata decrescente fino al 9% dopo 35 anni di partecipazione;
-
in caso di necessità, è possibile riscattare parzialmente la posizione per spese sanitarie o acquisto prima casa.
Questi vantaggi fiscali rendono il fondo pensione uno dei pochi strumenti in Italia con una doppia leva: efficienza finanziaria e beneficio fiscale immediato.
Personalizzazione e flessibilità: il fondo non è “uguale per tutti”
I fondi pensione moderni offrono una scelta di comparti (garantito, bilanciato, dinamico, azionario) che permettono di adattare il profilo di rischio alle proprie esigenze e alla fase di vita.
-
Un giovane lavoratore può optare per comparti più dinamici, con una componente azionaria maggiore, per massimizzare il rendimento nel lungo periodo.
-
Un professionista vicino alla pensione può invece spostarsi gradualmente verso comparti più prudenti, per proteggere il capitale.
Molti fondi offrono oggi la riallocazione automatica (“life cycle”), che adatta il profilo d’investimento in base all’età dell’aderente, rendendo il percorso semplice e coerente nel tempo.
Giovani e professionisti: due categorie a rischio previdenziale
Secondo le analisi COVIP e Censis, oltre il 70% dei lavoratori under 35 non ha ancora aderito a un fondo pensione.
E tra i liberi professionisti, la percentuale di chi versa solo alla cassa obbligatoria supera il 60%.
Il problema è duplice:
-
le pensioni future per queste categorie rischiano di essere inferiori al 50% del reddito attuale;
-
la mancanza di un piano complementare oggi renderà impossibile colmare il gap previdenziale domani.
📌 Il messaggio è semplice: prima si inizia, meno costa costruirsi una pensione dignitosa.
Il ruolo del consulente nella pianificazione previdenziale
La previdenza non è solo una questione di rendimenti, ma di strategie di lungo periodo.
Un consulente finanziario aiuta a:
-
individuare il comparto più adatto;
-
stimare la rendita futura attesa;
-
integrare la previdenza nel piano patrimoniale e familiare complessivo;
-
monitorare nel tempo la coerenza tra obiettivi e rendimento reale.
Il fondo pensione, da solo, non è la soluzione: è il tassello di una pianificazione più ampia, che include liquidità, investimenti, protezione e obiettivi personali.
Conclusione
Pensare alla pensione non è un tema da “anziani”.
È un atto di responsabilità verso sé stessi.
Ogni anno che passa senza versare è un anno perso di rendimenti, vantaggi fiscali e serenità futura.
Ecco perché i giovani e i professionisti non possono più rimandare: la previdenza complementare non è solo uno strumento finanziario, è una forma di libertà.
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Private Banker 4.0 – La nuova consulenza patrimoniale su misura
Introduzione: dal patrimonio alla persona
Negli ultimi anni il mondo del private banking è cambiato radicalmente.
Una volta bastava “gestire gli investimenti”. Oggi serve qualcosa di più: capire le persone dietro quei numeri.
Chi sei, che obiettivi hai, che orizzonte vuoi costruire per te e per la tua famiglia.
Essere un Private Banker 4.0 significa questo: trasformare la finanza in un linguaggio umano, con metodo, visione e coerenza.
Non più un semplice gestore, ma un partner strategico di vita.
Il nuovo ruolo del consulente patrimoniale
Nel modello americano del Wealth Management — oggi riferimento anche in Europa — il private banker è diventato regista della relazione patrimoniale:
colui che orchestra specialisti, strumenti e strategie per costruire un piano di lungo periodo attorno alla persona.
Non parliamo più solo di fondi, ETF o polizze, ma di progettazione patrimoniale integrata:
-
pianificazione successoria e passaggio generazionale,
-
previdenza e longevity planning,
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diversificazione tramite mercati alternativi,
-
tutela assicurativa e protezione del capitale,
-
ottimizzazione fiscale.
Il tutto con un obiettivo chiaro: trasformare la complessità finanziaria in serenità personale.
Un ecosistema di valore intorno al cliente
Oggi un private banker non è (e non può essere) solo.
È parte di un ecosistema — il Private Premium Experience — che mette a disposizione del cliente un network di competenze “da mondo istituzionale”:
investment advisory, insurance, private deals, analisi ESG, pianificazione successoria e previdenziale.
Un modello di consulenza multidisciplinare e indipendente, dove ogni scelta è costruita su misura.
Come un sarto della finanza, lavoro per creare architetture patrimoniali personalizzate, capaci di evolversi nel tempo insieme ai tuoi obiettivi di vita.
👉 Approfondisci come funziona una pianificazione patrimoniale completa.
Tecnologia e monitoraggio: il valore del controllo continuo
La vera innovazione nel private banking non è solo tecnologica. È nella qualità dell’analisi.
Grazie a strumenti come FactSet, Morningstar Direct e Bloomberg, oggi è possibile monitorare costantemente l’andamento del patrimonio e anticipare i rischi, invece di subirli.
Il mio approccio integra questa tecnologia con una visione umana:
-
monitoraggio costante, non una fotografia statica;
-
analisi reali e non storiche;
-
lettura dei segnali di mercato per “manutenere” il patrimonio in tempo reale.
Questo consente di intervenire prima, mantenendo sempre coerenza tra i tuoi obiettivi di vita e le strategie adottate.
Tempo di qualità: il lusso vero
Delegare la parte operativa – analisi, report, monitoraggio – significa liberare tempo per ciò che davvero conta: la relazione.
Un private banker moderno non misura il successo in percentuali, ma in fiducia, chiarezza e tranquillità del cliente.
Più tempo per ascoltare, capire, pianificare.
Meno tempo perso tra report e numeri.
Perché la consulenza non è solo una formula, ma una relazione che cresce insieme ai tuoi obiettivi.
Da consulenza finanziaria a esperienza di vita
Chi sceglie un approccio “Private Premium” sceglie un metodo di lavoro che parte da te, non dal mercato.
Significa avere una strategia costruita intorno alla tua vita, non un prodotto calato dall’alto.
Una consulenza olistica, indipendente, agnostica, dove ogni scelta ha una logica e un perché.
Il mio ruolo è quello di facilitatore del tuo stile di vita finanziario:
accompagno te e la tua famiglia in un percorso che unisce protezione, rendimento e serenità nel tempo.
👉 Scopri anche come costruire un piano previdenziale e successorio efficace.
Conclusione: la finanza fatta su misura
Il private banker di oggi è un architetto della ricchezza personale: progetta, coordina e monitora ogni aspetto del tuo patrimonio con la stessa cura che dedicheresti tu.
Perché dietro ogni portafoglio c’è una storia. E dietro ogni storia, una scelta di fiducia.
📩 Se desideri una consulenza personalizzata o vuoi un check-up completo sul tuo portafoglio, puoi contattarmi direttamente:
👉 Prenota un incontro
PAC e Fondo Pensione per figli: la strategia integrata che vale doppio
👶🏻 “Papà, cos’è quel piccolo salvadanaio che mi hai aperto?”
Non è un salvadanaio. È un Piano di Accumulo (PAC).
L’ho fatto per te, Leone, nei tuoi primi mesi di vita. Perché voglio che tu capisca, un giorno, che i veri regali non fanno rumore. Crescono in silenzio.
Un PAC non è altro che un investimento graduale, mese dopo mese, in strumenti diversificati. È il modo più semplice per far crescere capitale senza bisogno di grandi somme iniziali.
🧠 Perché un PAC fin dalla nascita?
Quando sei piccolo, il tempo è infinito.
E in finanza, il tempo è il vero acceleratore.
Se metto da parte 100 € al mese per 18 anni, investiti con un rendimento medio del 6% annuo, succede questo:
- Verso complessivamente € 21.600
- Ottengo circa € 34.500
- Con una semplice regola: costanza + interesse composto
E se il PAC proseguisse fino ai tuoi 30 anni, la cifra diventerebbe oltre € 70.000.
Non serve vincere alla lotteria, basta iniziare presto e non fermarsi.
🔑 I vantaggi invisibili del PAC per un figlio
- Disciplina
Ti insegna che risparmiare poco e spesso vale più che risparmiare tanto e mai. - Flessibilità
Puoi sospenderlo, modificarlo, aumentare o ridurre la rata senza perdere la rotta. - Protezione dall’emotività
Non entri e non esci dal mercato per paura. Semplicemente investi ogni mese, a prescindere. - Educazione
Un domani non sarà solo un capitale. Sarà una lezione: che il futuro si costruisce, non si indovina.
📊 Simulazione reale: PAC 100 €/mese su azionario globale
- 18 anni → ~€ 34.500
- 25 anni → ~€ 57.000
- 30 anni → ~€ 70.000
Numeri che raccontano una verità semplice: la costanza batte il caso.
🔗 Dal Fondo Pensione al PAC: una strategia integrata
Qualche settimana fa ho raccontato in un articolo come, nel tuo primo mese di vita, ti abbia aperto un fondo pensione.
Quella scelta ti offre vantaggi enormi: anzianità contributiva, anticipazioni per la prima casa, tassazione ridotta fino al 9%.
Ma la vera forza non sta nel fondo pensione da solo. Sta nel collegarlo a un PAC.
Ogni anno, infatti, la deduzione fiscale che ottengo versando nel fondo pensione non la considero un “risparmio in più” da spendere, ma un’occasione.
👉 Quella deduzione la reinvesto in un PAC azionario globale.
È un circolo virtuoso:
- il fondo pensione mi regala la deduzione,
- il PAC trasforma quella deduzione in capitale che cresce,
- entrambi lavorano per te, Leone, con orizzonti temporali diversi.
📈 Il doppio motore della crescita
Immagina due binari paralleli:
- Binario 1 – Fondo pensione: capitale protetto, fiscalmente vantaggioso, con possibilità di anticipazioni e tassazione ridotta.
- Binario 2 – PAC: versamenti graduali e flessibili, capitale disponibile prima, investito nei mercati globali.
L’uno potenzia l’altro. Il fondo pensione lavora sul lungo termine, il PAC ti dà flessibilità e autonomia prima.
Esempio numerico base
- Fondo pensione: 100 €/mese per 18 anni (rendimento 7%) = circa 42.000 €
- Deduzione fiscale media reinvestita in PAC (200-300 €/anno) = circa 7.000-8.000 €
- Totale stimato: 50.000 € a 18 anni
Esempio con scaglioni di deduzione superiori
Se i versamenti nel fondo pensione fossero maggiori (ad esempio 400-500 €/mese, compatibilmente con i limiti annui di deducibilità fino a 5.164,57 €):
- Versando 5.000 €/anno nel fondo, la deduzione fiscale può arrivare a 1.500-2.000 € annui a seconda dello scaglione IRPEF.
- Se reinvestita ogni anno in un PAC globale, questa cifra da sola potrebbe generare oltre 50.000 € in 18 anni (ipotizzando rendimento medio del 6%).
- In parallelo, il capitale del fondo pensione crescerebbe fino a superare 200.000 € nello stesso periodo.
Questo significa che un genitore con maggiore capacità di risparmio può sfruttare un effetto leva incredibile: il fisco contribuisce indirettamente a finanziare un secondo motore di crescita.
🎁 I tre regali che riceverai da questa scelta
- Tempo – Ogni anno in più aumenta la forza dell’interesse composto.
- Doppio capitale – Fondo pensione e PAC non si escludono, ma si alimentano a vicenda.
- Consapevolezza – Quando sarai grande non troverai solo un capitale, ma anche un esempio concreto di pianificazione.
🙌 Conclusione: un amore che diventa progetto
Non si tratta di scegliere tra fondo pensione e PAC.
Si tratta di capire che uno può alimentare l’altro.
Ogni euro risparmiato oggi vale doppio:
- deduzione fiscale subito,
- investimento che cresce domani.
È questa la lezione che voglio lasciare a mio figlio.
Non solo ricordi, ma strumenti. Non solo emozioni, ma opportunità.
Perché l’amore di un padre non è solo carezza e presenza. È anche saper costruire basi solide per il futuro.
E Fondo Pensione + PAC insieme sono esattamente questo: un progetto di vita trasformato in eredità concreta.
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Un invito ad agire presto nella pianificazione finanziaria, proprio come quando si decide di attivare strumenti per i propri figli fin da piccoli.
📣 Call to Action
📣 Vuoi capire come costruire una strategia integrata Fondo Pensione + PAC per tuo figlio, anche con versamenti importanti e deduzioni elevate?
Scrivimi: ti mostrerò come sfruttare ogni vantaggio fiscale per far crescere il tuo capitale in modo intelligente.
Fondo pensione per figli: perché ho iniziato subito
👶🏻 "Papà, perché mi hai aperto un fondo pensione?"
Questa domanda me la farà tra qualche anno. Forse tra molti. Ma ho deciso di scrivere oggi la risposta, con il cuore da papà e la testa da consulente.
Oggi è il 21 agosto, e per me e mia moglie è un giorno speciale: è il primo mese di vita di nostro figlio. Solo trenta giorni fa lo tenevo tra le braccia per la prima volta, con gli occhi lucidi e il cuore che batteva più forte che mai. In un mese è cambiato tutto. Lui cresce, ogni giorno. E con lui cresce anche il mio desiderio di proteggerlo, sostenerlo, accompagnarlo.
Quando è nato, ho fatto come tutti i papà: ho pianto, ho sorriso, l’ho stretto forte. Poi, qualche settimana dopo, ho fatto qualcosa che non tutti i genitori fanno:
gli ho aperto un fondo pensione.
No, non perché mi auguro vada in pensione presto. Ma perché voglio dargli un vantaggio concreto, silenzioso, che cresce con lui. Voglio che un giorno, quando affronterà le sue prime sfide, possa contare su qualcosa che gli ricordi che i suoi genitori hanno pensato al suo domani prima ancora che lui pronunciasse la parola "domani".
🧠 Perché un fondo pensione a 1 anno?
Molti pensano che un fondo pensione serva solo a chi è vicino alla pensione.
Sbagliato.
Un fondo pensione è uno degli strumenti più efficienti per far crescere capitale, proteggerlo e preparare il futuro, anche (soprattutto) per un figlio.
Ecco cosa succede se lo apri a 1 anno:
- A 18 anni avrà già 17 anni di anzianità previdenziale;
- Potrà accedere subito alle anticipazioni (acquisto casa, spese personali);
- Avrà una tassazione futura agevolata (dal 15% riducibile fino al 9%);
- Sarà titolare di un patrimonio impignorabile e insequestrabile;
- E, soprattutto, avrà una base finanziaria solida per il suo primo passo nel mondo adulto.
Ho scelto di non aspettare. Perché ogni mese guadagnato è un alleato in più. Ogni euro investito oggi è una mano tesa nel suo futuro.
💰 Simulazione reale: cosa succede con 100€/mese per 18 anni?
Ho fatto i conti con i dati alla mano.
Ho ipotizzato un versamento costante di 100 euro al mese per 18 anni, su una linea con 90% azionario globale e un rendimento medio del 7% annuo.

Il risultato?
| Dettaglio | Valore |
|---|---|
| Totale versato | € 21.600 |
| Valore finale stimato | € 42.091 |
| Orizzonte temporale | 18 anni |
| Rendimento medio annuo | 7% |
Questo significa che mio figlio, a 18 anni, avrà già un capitale pronto da utilizzare, senza debiti, senza pressioni. Magari per la sua prima casa, per un master, per lanciare un progetto. O semplicemente per scegliere.
Perché la vera libertà è poter scegliere. Anche (e soprattutto) quando sei giovane.
🔍 I 3 vantaggi invisibili che ho regalato a Leone
1. Tempo
Non ci sono trucchi nella finanza. Ma se ce n’è uno, si chiama tempo.
Ogni anno in più è interesse composto che lavora per te.
18 anni sono un motore silenzioso che spinge.
2. Libertà a 18 anni
Grazie all’iscrizione precoce, potrà:
- usare il fondo per la prima casa,
- affrontare spese importanti senza indebitarsi,
- decidere di continuare a investirci fino alla pensione.
3. Consapevolezza
Più di ogni altra cosa, spero che questo fondo gli insegni qualcosa:
che il futuro si costruisce un passo alla volta, con scelte semplici ma profonde.
📝 Cosa dice la legge (e perché aiuta)
Aprire un fondo pensione a un figlio minorenne è perfettamente legale e supportato dalla normativa italiana.
- Il genitore può aderire per conto del figlio;
- I contributi versati sono deducibili fiscalmente fino a 5.164,57 €/anno;
- Dopo 8 anni di adesione si possono richiedere anticipazioni fino al 75% del capitale (per casa, spese mediche, ecc.);
- Il fondo può essere riscattato in caso di eventi straordinari;
- È un patrimonio separato: impignorabile, insequestrabile, protetto.
Le regole sono chiare. E sono fatte per premiare chi guarda lontano.
🙋♂️ Le domande più frequenti che ricevo dai clienti genitori
🔹 Ma non è troppo presto?
No. Anzi, prima si inizia, meglio è. Il tempo è l'alleato più potente degli investimenti.
🔹 E se poi tuo figlio non vuole usarlo per la pensione?
Può usarlo prima. Per la casa, per studiare, per vivere. Il fondo è flessibile. Non è un vincolo, è un'opportunità.
🔹 Posso dedurre io i contributi?
Sì, se tuo figlio è a tuo carico fiscale. La deduzione riduce il tuo imponibile.
🙌 Conclusione: il miglior regalo è quello che cresce con lui
Non so cosa farà mio figlio da grande.
Magari diventerà un medico, un musicista, un consulente... o qualcosa che oggi nemmeno esiste.
Ma so che voglio dargli strumenti, non solo parole.
E so che un fondo pensione è molto più di uno strumento finanziario.
È un segnale. Un gesto. Un seme piantato nel futuro.
Per questo ho iniziato oggi. Per questo oggi, che compie il suo primo mese, gli dedico anche questo articolo.
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Il chiarimento ufficiale di COVIP che conferma la possibilità di aderire a un fondo pensione in nome del figlio minorenne e i profili fiscali connessi. - Edufin: Strumenti e risorse su previdenza complementare
Il portale del Comitato per l’Educazione Finanziaria (Edufin) offre guide, video, faq e strumenti interattivi per comprendere meglio la previdenza integrativa, confrontare diversi fondi pensione e valutare rendimenti e costi in modo consapevole. - Quadro delle competenze: Il valore del tempo nel risparmio previdenziale
Le linee guida di Edufin sottolineano l’importanza dell’orizzonte temporale e dell’interesse composto nella pianificazione previdenziale: sapere pianificare in anticipo è una competenza chiave.
📣 Call to Action finale
📣 Vuoi sapere come costruire un fondo pensione per tuo figlio?
Scrivimi: ti spiegherò come farlo in modo semplice, fiscale e personalizzato.
Under 40: metti al riparo oggi il tuo domani
La brutta notizia è che i ragazzi di oggi dovranno lavorare più a lungo. Quella pessima è che avranno pensioni più basse. Se proprio vogliamo essere ottimisti la notizia bella è che almeno lo sanno. Non è poco perché possono preparare le contromisure da subito, risparmiando il necessario o per uscire dal lavoro prima oppure per avere una pensione adeguata allo stile di vita al quale sono nel frattempo abituati.

Ma i numeri sono numeri e non mentono, soprattutto se sono della Ragioneria Generale dello Stato, che ha elaborato alcune previsioni su quello che forse è l’indicatore più importante tra quelli a cui guardare quando parliamo di pensioni: il tasso di sostituzione. Si tratta della porzione del salario che, se si fa conto solo sui contributi obbligatori, rimarrà nelle tasche dei pensionati dopo essersi ritirati. Ovvero, guardandola in un altro modo, misura quanto si perde pensionandosi.
Godiamo dei tassi di sostituzione più alti al mondo, ma ancora per poco
A oggi, secondo l’Ocse, il tasso di sostituzione italiano lordo al momento della pensione di vecchiaia è del 76,1%, vuol dire che in media oggi tutti, uomini, donne, lavoratori con alti salari o con bassi salari, in qualsiasi settore lavorino prendono di pensione il 76,1% dell’ultimo stipendio se hanno avuto una carriera continua e si ritirano a 67 anni. Solo in Grecia e in Spagna, che hanno fatto scelte di politica economica simili alle nostre, troviamo percentuali maggiori mentre nella maggior parte dei Paesi questo indicatore è molto più basso, nella Ue, per esempio, è del 54,8%. In alcuni casi il tasso di sostituzione ufficiale arriva anche sotto il 30%, è il caso di Polonia, Irlanda, Australia, dove la previdenza obbligatoria chiede contributi molto più contenuti. Pagare meno contributi mentre si è al lavoro significa che in pensione si deve accettare un crollo del proprio reddito del 70%. Per questo nei Paesi dove il tasso di sostituzione è particolarmente basso è anche particolarmente diffusa la contribuzione volontaria che è sostenuta sia dal singolo lavoratore che dalle aziende e agevolato dai governi.
Un sistema pensionistico che integri la pensione pubblica obbligatoria sarà in futuro necessario anche in Italia per non ritirarsi con la metà o poco più del reddito che si aveva quando si era al lavoro. Perché? Basta guardare i numeri: la spesa pubblica pensionistica italiana è e resterà la più alta del mondo in rapporto al Pil, dato che assorbe il 16,2% del prodotto interno lordo, cifra che arriverà al 17,2% nel 2035-2040. E anche se non ci saranno tagli e riforme, i pensionati di domani guadagneranno meno (cioè avranno un tasso di sostituzione più basso dell’attuale) per la mera applicazione delle regole già in vigore, la principale delle quali è l’utilizzo sempre più ampio del solo criterio contributivo, cioè il calcolo dell’assegno pensionistico solo in base ai contributi versati, senza tener conto dell’ultimo stipendio percepito.
Le riforme Dini e Fornero, infatti, hanno stabilito che per coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 1978, quindi sostanzialmente tutti, la pensione sarà calcolata in modo contributivo per i versamenti successivi al 1996, mentre il vecchio sistema retributivo rimane valido come sistema di calcolo solo per quel pezzo di carriera precedente al 1996. Il calcolo retributivo, ricordiamolo, è quello per cui l’assegno pensionistico è proporzionato direttamente al livello dello stipendio percepito, rivalutato, e chi un tempo si ritirava con il solo sistema retributivo dopo 40 anni di lavoro riceveva una pensione solo del 20% inferiore allo stipendio percepito gli ultimi anni di carriera. Ora non è più così.
Un esempio concreto: com’era, com’è…e come sarà
Man mano che passa il tempo, però, il numero di anni di lavoro prima del 1996 costituisce una porzione sempre più piccola della carriera dei pensionandi ed è per questo che il tasso di sostituzione è destinato a diminuire. Il problema è sapere di quanto. La risposta arriva proprio dalla Ragioneria Generale dello Stato che ha preso come esempio un dipendente del settore privato e ha misurato quanto gli rimarrà in tasca andando in pensione considerando diverse date.
Ebbene: se il nostro lavoratore-tipo si fosse ritirato nel 2010 con 65 anni e 4 mesi di età e 38 anni di lavoro (si presume realisticamente una carriera discontinua), avrebbe ricevuto il 73,6% dello stipendio, e avrebbe goduto di un calcolo interamente retributivo. Come si vede dal nostro grafico nel 2020, invece, questa percentuale sarebbe scesa al 71,7%, e questo nonostante l’aumento dell’età di pensionamento a 67 anni. Perché? Perché tale dipendente, sempre con 38 anni di contributi, per le riforme Dini e Fornero avrebbe visto il suo assegno calcolato in parte con il sistema contributivo. Se poi avesse voluto approfittare di Quota 100, varata nel 2019 (che consentiva di ritirarsi dal lavoro a 62 anni con 38 anni di contributi), gli sarebbe andata ancora peggio perché avrebbe incassato appena il 65,3% dell’ultimo stipendio.
Questo per quanto riguarda il passato, per quanto riguarda il futuro le cose vanno peggio. Quelli che andranno in pensione nel 2030 (sempre con 38 anni di contributi e un’età di 67 anni e 4 mesi) percepiranno una somma mensile pari al 68,2% del reddito perché la maggior parte dell’assegno sarà calcolato sulla base dei contributi effettivamente versati (metodo contributivo) e non in base all’ultimo stipendio (metodo retributivo).
Tra il 2030 e il 2040 (siccome la natura fa il suo corso) si “estingueranno” completamente i lavoratori che avevano cominciato la propria carriera prima del 1996 e il calcolo sarà solo contributivo per tutti. La Ragioneria ha ipotizzato che i pensionandi del futuro vorranno usare l’anticipo di tre anni rispetto al requisito di vecchiaia previsto dalla legge e quindi nel 2040 si ritireranno a 65 anni e 5 mesi (tre anni prima dei 68 anni e 5 mesi cui sarà arrivata l’età della pensione di vecchiaia) e riceveranno solo il 59,4% dell’ultimo stipendio, sia per l’effetto dell’anticipo che del calcolo interamente contributivo.
Questa percentuale continuerà a scendere negli anni successivi e sarà del 59% nel 2050 e del 58,6% nel 2060 e 2070. I giovani di oggi prenderanno sempre meno anche se, nel frattempo, sarà cresciuta l’età minima di pensionamento: nel 2070, quando si ritireranno i ragazzi e bambini di oggi, la pensione di vecchiaia sarà di 70 anni e 7 mesi, e quella anticipata contributiva di 67 anni e 7 mesi.
Guarda per credere: SIMULATORE SOLE24ORE
Più fai carriera, più basso sarà l’assegno in proporzione allo stipendio
Le ipotesi della Ragioneria dello Stato naturalmente riguardano il lavoratore medio. Le cose cambiano se consideriamo alcuni casi differenti, e cambiano in modo anche paradossale. Poniamo il caso che un lavoratore riesca ad aumentare ogni anno il proprio stipendio dello 0,5% in più rispetto alla crescita media. Bene, si dirà. Invece no, male, perché il suo tasso di sostituzione diventa ancora più basso e nel 2070 riceverebbe un assegno pari solo al 53,7% dell’ultimo stipendio. Al contrario un lavoratore che avesse una progressione più lenta della retribuzione, diciamo dello 0,5% annuo inferiore alla media, prenderebbe di più: il 64%. La ragione è che il calcolo contributivo viene effettuato su tutti i versamenti nel corso della vita lavorativa e di conseguenza per il lavoratore di successo valgono per la determinazione della pensione anche i contributi dell’inizio della carriera, che erano molto bassi rispetto a quelli successivi alle varie promozioni.
La morale non cambia: domani ci saranno più 60enni al lavoro di oggi, ma con una prospettiva di reddito inferiore a quella di cui possono godere coloro che si accingono ad andare in pensione attualmente. Significa che dovremo imparare a gestirci la pensione senza appoggiarci solo su quella pubblica, e questo vale, come si è visto, soprattutto per coloro che avranno raggiunto carriere brillanti e ruoli direttivi, che rischiano più di altri di ricevere pensioni non soddisfacenti.
Hai approfittato del tuo fondo pensione quest’anno?
Il 16 dicembre è alle porte, si avvicina il termine per versare e beneficiare fiscalmente del tuo fondo pensione. Se non ce l’hai già è sempre un ottimo momento per iniziare ricordalo.
Nell’ultimo mese dell’anno sarà approvata la nuova Legge di Bilancio che prevede solo un budget limitato di circa 2 miliardi di euro per la riforma delle pensioni. Lo Stato fatica sempre più a mantenere un Welfare decorso, quindi diventa sempre più necessario che ogni italiano si rimbocchi le maniche per il proprio futuro.

Non cambiano i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia, ma ci sono altre novità importanti. Soprattutto lato fiscale, un tema più che mai di attualità in queste settimane, ma che nel dettaglio rimane per noi italiani alquanto “fumoso”. Infatti, secondo l’istituto di ricerca sociale e di marketing Eumetra, un italiano su quattro non sa quanto paga di tasse ogni anno: solamente un italiano su cinque sa dire con precisione quante tasse paga, mentre la maggior parte (54%) sostiene di saperlo in modo approssimativo.
Facile quindi che molti di noi non sappiamo o non ricordino che c’è tempo fino al 16 dicembre 2023 per effettuare un ulteriore versamento volontario sulla propria posizione pensionistica complementare o su quella di un familiare fiscalmente a carico e portare così i contributi versati alla fatidica soglia dei 5.164,57 euro annui.
I versamenti effettuati entro quella data, infatti, rientrano nella soglia di deducibilità, fissata appunto a 5.164,57 euro all’anno, con uno sconto sulla tassazione niente male.
Di cosa stiamo parlando? È (più o meno) presto detto. Tutti noi paghiamo tasse sul reddito che dichiariamo annualmente. Su tale reddito si calcola la cosiddetta “base imponibile”. Dedurre una certa cifra fa sì che quella cifra non confluisca nella base imponibile, abbassandola in modo anche significativo. Ebbene, i contributi versati al fondo pensione (o a qualsiasi altra forma pensionistica complementare) sono deducibili dalle imposte sul reddito fino a un limite massimo di 5.164,57 euro ogni anno.
I vantaggi fiscali della pensione complementare
E se ti dicessi che oggi l’unico rendimento garantito, e probabilmente il più elevato lo riconosce il fondo pensione?
Lo Stato ha previsto tutta una serie di agevolazioni fiscali nell’ottica di incentivare questo tipo di investimento. In particolare:
• i rendimenti maturati dal fondo pensione sono tassati al 20%, contro il 26% che si applica agli altri strumenti finanziari;
• stante quanto detto sopra, l’investitore può beneficiare di un maggiore accumulo di capitale nel tempo, grazie all’effetto della capitalizzazione degli interessi;
• in caso di decesso dell’aderente, i beneficiari della rendita non devono pagare le tasse sulle somme percepite.
Infine, come abbiamo detto, i contributi versati al fondo sono deducibili dalle imposte sul reddito, il che significa che l’investitore può beneficiare di un risparmio fiscale immediato. Non ci credi? Lo vediamo subito. Ipotizziamo che il tuo reddito lordo sia pari a 62mila euro. A questo reddito andrà applicata una tassazione basata sui vari scaglioni IRPEF (assumiamo in questo caso quelli in vigore a giugno 2023, tanto non cambia moltissimo, ai fini del nostro ragionamento). Ecco quello che viene fuori.

Praticamente, sui tuoi 62mila euro di reddito lordo devi pagare imposte per quasi 20mila euro. Cosa succede se durante l’anno hai versato contributi in una forma pensionistica complementare tua o di un tuo familiare fiscalmente a carico? Succede che puoi dedurre fino a 5.164,57 euro dai 62mila di reddito imponibile. Il quale si abbassa quindi a 56.836 euro. E l’applicazione delle aliquote dei vari scaglioni dà come risultato una cifra più vicina ai 17mila euro, per un risparmio fiscale di oltre 2.200 euro.
Quanto conviene, oggi, investire in una forma pensionistica complementare?
La domanda è legittima ma, un po’ come i prompt per l’AI generativa, va riformulata. L’investimento in un fondo pensione non è questione di oggi: è una questione di domani. E, se vogliamo, anche di dopodomani. Richiede perciò una visione di lungo termine e un impegno costante nel tempo. I dati storici ci dicono che finora questo ha pagato.
Secondo una nota di aggiornamento diffusa dalla COVIP, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, i primi di novembre 20231, nel periodo che va dall’inizio del 2013 ai primi nove mesi del 2023 i rendimenti medi annui composti delle linee a maggiore contenuto azionario si collocano intorno al 5% per tutte le tipologie di forme pensionistiche. Nello stesso periodo, la rivalutazione del Trattamento di Fine Rapporto, il cui calcolo si basa sul tasso di inflazione, è risultata pari al 2,4%. Nel complesso, tutti i comparti azionari e buona parte dei bilanciati mostrano rendimenti più elevati rispetto agli altri e al TFR.
“Nei primi nove mesi del 2023, tutte le tipologie di forme pensionistiche e di comparti registrano in media risultati positivi, in particolare nelle gestioni con una maggiore esposizione azionaria”, scrive la COVIP. Per i comparti azionari, in particolare, si riscontrano rendimenti in media pari al 4,5% nei fondi negoziali, al 5,5% nei fondi aperti e al 6% nei PIP.
Come scegliere il fondo pensione giusto?
Il fondo pensione rappresenta una soluzione ormai non più rinviabile: consente di garantirsi un futuro tranquillo e sicuro sotto il profilo economico ottenendo al contempo importanti vantaggi fiscali. Puoi scegliere liberamente l’importo dei versamenti, ma attenzione: è essenziale calibrare la strategia di investimento sulle tue esigenze.
TFR: cos’è, quando e a chi spetta
Ogni lavoratore prima o poi si troverà a dover affrontare l'argomento del trattamento di fine rapporto (TFR). Vediamo insieme alcuni punti per saperne di più.
Cos’è il TFR
TFR sta per Trattamento di Fine Rapporto ed è la somma che si matura durante tutto l’arco del rapporto lavorativo e che spetta al lavoratore dipendente – dotato quindi di un contratto di tipo subordinato, sia esso a tempo determinato o indeterminato, del settore pubblico o privato – al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Nella vulgata comune, è noto anche come liquidazione.
Il TFR spetta al lavoratore indipendentemente dalle ragioni della cessazione del rapporto di lavoro: dunque non solo per il raggiungimento dell’età della pensione ma anche per licenziamento, dimissioni o – nel caso di un rapporto a tempo determinato – per scadenza del contratto di lavoro con l’azienda.
Come si calcola
Per sapere quanto TFR abbiamo maturato fino ad oggi, dobbiamo procedere a un conteggio che non è poi così fuori dalla portata del contribuente.
- Innanzitutto, sommate la retribuzione lorda che vi ha corrisposto l’azienda per ogni anno di lavoro svolto finora.
- Fatto? Ok: adesso dividete il risultato che avete ottenuto per 13,5.
- Ma non finisce qui. Considerate, infatti, che al 31 dicembre di ogni anno, tranne il primo, il TFR maturando viene ritoccato al rialzo sulla base di un tasso fisso pari all’1,5%, cui si aggiunge il 75% dell’incremento dell’inflazione rilevato per l’anno precedente.
Come viene tassato il TFR?
Al TFR non si applica la tassazione IRPEF ordinaria, ma un’aliquota media calcolata prendendo come riferimento le aliquote IRPEF degli anni precedenti alla liquidazione. Questo per un principio di equità fiscale: tassare un reddito prodotto in un arco di tempo pluriennale in base alle aliquote di riferimento dell’anno di incasso sarebbe infatti svantaggioso e non equo per il dipendente.
A occuparsi del computo e del pagamento è il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta. Poi, però, interviene l’Agenzia delle Entrate, che ricalcola l’imposta dovuta sulla base dell’aliquota media dei cinque anni antecedenti alla cessazione del rapporto di lavoro: se il risultato supera di più di 100 euro la rilevazione del datore di lavoro, l’Agenzia delle Entrate manda un avviso di pagamento al diretto interessato. Se invece il datore di lavoro ha trattenuto più del dovuto, l’Agenzia procede al rimborso.
Anticipo del TFR
La legge permette al dipendente, in determinati casi e a certe condizioni, di chiedere all’azienda un anticipo del TFR accantonato. Ma questa possibilità è riservata esclusivamente ai dipendenti con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro. Non solo: il lavoratore può chiedere un’anticipazione non superiore al 70% del TFR cui avrebbe diritto se il rapporto cessasse alla data della domanda.
Per evitare l’assalto alle casse dell’azienda, poi, la legge pone due limiti alle richieste di anticipazione del TFR che si possono soddisfare in un anno: massimo 10% degli aventi titolo e non più del 4% del totale dei dipendenti.
Infine, l’anticipo si può richiedere solo e soltanto per spese sanitarie per terapie o interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche o per l’acquisto della prima casa per sé o per i figli (con tanto di atto notarile). Ci si può avvalere dell’anticipo solo una volta nel corso del rapporto di lavoro. E, ovviamente, l’anticipazione viene sottratta dal TFR finale.
In azienda o in un fondo pensione?
I numeri parlano chiaro. Il Sole 24 Ore, grazie ai dati forniti dal fondo pensione territoriale Solidarietà Veneto, ha realizzato una simulazione analizzando il portafoglio di un investitore che 10 anni fa ha deciso di aderire a un fondo negoziale, confrontandolo con il guadagno che lo stesso investitore avrebbe realizzato decidendo invece di lasciare il TFR in azienda.
Ebbene, il nostro investitore si trova oggi con un portafoglio decisamente più ricco di quello che avrebbe ottenuto se avesse fatto affidamento solo sulla rivalutazione del TFR. Naturalmente il rendimento ottenuto varia a seconda del comparto scelto all’interno del fondo negoziale: si va dal più rischioso (dinamico) a quello più prudente (nel caso di Solidarietà Veneto si chiama “TFR Garantito” e mira a conseguire rendimenti pari o superiori al tasso di rivalutazione del TFR garantendo la restituzione del capitale investito e un rendimento triennale netto almeno pari alla rivalutazione netta del TFR in azienda).
Ricordiamo che alle posizioni dei fondi pensione contribuiscono non solo il trattamento di fine rapporto, ma anche il contributo volontario del lavoratore e il conseguente contributo del datore di lavoro, che è tenuto a erogare – in base agli accordi collettivi – solo se il lavoratore opta effettivamente per il versamento di un contributo volontario.
Di seguito la simulazione, calcolata ipotizzando un TFR maturato pari a 19mila euro, che funge da capitale di partenza. I dati si riferiscono al rendimento maturato sul capitale nel periodo 2007-fine 2016.

E se l’azienda è insolvente?
La legge 297/1982 ha istituito il Fondo di Garanzia per il Trattamento di Fine Rapporto2, per il pagamento del TFR in sostituzione del datore di lavoro insolvente.




