Mind the Gap 2025: perché gli investitori continuano a guadagnare meno dei fondi in cui investono

Quando il comportamento pesa più dei mercati

Ogni anno Morningstar pubblica il suo studio più temuto (e più istruttivo) per chi si occupa di investimenti:Mind the Gap.
L’edizione 2025, pubblicata ad agosto, fotografa con chiarezza un paradosso che si ripete da oltre vent’anni:gli investitori continuano a guadagnare meno dei fondi in cui investono.

Non per colpa dei mercati.
Non per colpa dei gestori.
Ma per colpa del comportamento.


Il “gap” tra rendimento del fondo e rendimento dell’investitore

Secondo lo studio, l’investitore medio in fondi ed ETF statunitensi ha ottenuto un rendimento del7,0% annuo negli ultimi dieci anni, contro l’8,2%dei fondi in cui aveva investito.
Una differenza di1,2 punti percentuali all’anno, che equivale a circail 15% del rendimento complessivo perduto.

💬 In pratica, i fondi hanno lavorato bene.
Gli investitori un po’ meno.


Perché accade: la finanza comportamentale in azione

Ilgapnasce dai flussi di denaro in entrata e in uscita dai fondi:
gli investitoricomprano quando il mercato saleevendono quando scende.
Risultato: rincorrono la performance e finiscono per entrare tardi e uscire presto.

Morningstar lo sintetizza così:

“Più gli investitori hanno transato, meno hanno guadagnato.” (Mind the Gap 2025, Morningstar Research)

Il fattore umano, più ancora delle commissioni, erode il rendimento finale.
Ed è un fenomeno sistematico, che si ripete ogni anno, in ogni mercato e su ogni categoria di investimento.


Dove il “gap” è più ampio

L’analisi distingue per tipologia di fondo:

CategoriaRendimento medio fondoRendimento medio investitoreGap
Azioni USA11,6%11,1%-0,6%
Azioni internazionali5,9%4,8%-1,1%
Obbligazioni2,2%1,2%-1,0%
Fondi settoriali8,5%7,0%-1,5%
Fondi allocation (multi-asset)6,5%6,3%-0,1%

📊I fondi più volatili e tematici — come quelli settoriali o “di moda” — mostrano i gap più ampi.
Gli investitori li utilizzano spesso in modo tattico, inseguendo performance o trend del momento, salvo poi venderli dopo una correzione.


ETF: efficienza sì, ma non immunità

Gli ETF, spesso percepiti come lo strumento perfetto per l’investitore razionale, non sono immuni da errori comportamentali.
Anzi, secondo Morningstar, ilgapmedio negli ETF è statopiù ampioche nei fondi tradizionali:

  • ETF → rendimento medio 9,5%, investitore 7,8% →gap -1,7% annuo

  • Fondi tradizionali → rendimento medio 8,0%, investitore 6,8% →gap -1,2% annuo

Il motivo è semplice: gli ETF permettono di comprare e vendere in tempo reale,e questo incentiva l’iperattività.
L’efficienza tecnica diventa inefficienza comportamentale.


Il peso della volatilità: più si muove, più si sbaglia

Lo studio mostra una relazione diretta travolatilità e rendimento effettivo:
più un fondo è volatile, maggiore è la probabilità che l’investitore lo gestisca male.

  • I fondi meno volatili hanno generato9,6% annuo per l’investitore.

  • I più volatili si fermano a3,4%.

Non perché il mercato li penalizzi, ma perché l’investitorenon riesce a sopportarne gli sbalzi.
Come scrive Morningstar:

“Il rischio non è la volatilità, ma la reazione alla volatilità.”


Attivi o passivi? Non è questo il punto

Un altro mito che lo studio ridimensiona è quello della supremazia automatica della gestione passiva.
L’investitore medio nei fondi indicizzati ha registrato ungapdi-1,3%, praticamente identico a quello della gestione attiva (-1,5%).

👉 Non è quindi la strategia a fare la differenza, mail comportamento con cui viene applicata.
Il vero vantaggio dell’indicizzazione — costi bassi e semplicità — si perde se l’investitore continua a fare market timing anche con un ETF.


Mind the (behavioral) gap

Lo studio conclude chela differenza tra rendimento potenziale e rendimento reale non è economica, ma psicologica.
Il mercato offre rendimenti, ma l’investitore deve essere in grado di catturarli.

Morningstar individua sei fattori chiave che incidono sulgap:

  1. Frequenza delle transazioni→ più si compra e vende, meno si guadagna.

  2. Volatilità del fondo→ più il fondo “oscilla”, più è difficile restare investiti.

  3. Commissioni→ più costi, più errori compensativi (es. cambiare fondo o ETF “per recuperare”).

  4. Dimensione del fondo→ i grandi fondi multi-asset mostrano gap minori perché automatizzano scelte e ribilanciamenti.

  5. Tracking error→ più un fondo si allontana dal benchmark, più cresce la tentazione di abbandonarlo nei momenti difficili.

  6. Comportamento collettivo→ gli investitori si muovono “a branchi”, amplificando i cicli di euforia e panico.


Cosa può imparare un investitore

  1. Automatizzare.
    I fondi bilanciati e i target-date riducono la necessità di decisioni emotive.

  2. Mantenere la rotta.
    Evitare interventi impulsivi è più importante di scegliere il fondo “giusto”.

  3. Integrare il margine d’errore nei piani.
    Morningstar consiglia di ridurre di circa l’1% le attese di rendimento nei piani finanziari, per compensare l’effetto comportamentale.

  4. Farsi accompagnare.
    Un consulente non serve per “prevedere”, ma perprevenire: aiutare a restare fedeli alla strategia quando la paura o l’euforia rischiano di prendere il sopravvento.


Conclusione: il vero gap è nella testa

IlMind the Gap 2025è l’ennesima conferma di quanto la psicologia pesi più della finanza.
Non sono i mercati a tradire gli investitori, male emozioni non gestite.

La buona notizia?
Il gap può essere ridotto — con metodo, consapevolezza e disciplina.

Perché, come scrivo spesso,investire con la testanon è solo un motto: è la differenza trapartecipare ai rendimentieperderli per strada.


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Matteo Giovagnoni — Consulente Finanziario abilitato all'offerta fuori sede, iscritto all'Albo OCF (Delibera 586/2014). Fineco Bank S.p.A. — Capitale sociale euro 200.000.000,00 i.v. Banca iscritta all'Albo delle Banche. Il presente sito ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio. © 2026 mgfinancialadvisor.com