Negli ultimi anni il confronto tra ETF e fondi attivi è diventato un cavallo di battaglia per molti consulenti.
Le statistiche (SPIVA, Morningstar, ESMA) parlano chiaro: la maggior parte dei fondi attivi non riesce a battere i propri indici di riferimento sul lungo periodo.
Ma attenzione: se il dato è corretto, il modo in cui viene usato nella comunicazione è spesso fuorviante.
Molti consulenti che propongono portafogli costruiti con ETF si presentano come campioni della “gestione passiva”, quando in realtà praticano gestione semi-passiva o attiva con ETF.
Il risultato? Un messaggio semplificato e rassicurante per il cliente, ma lontano dalla verità.
1. Da dove nasce il confronto ETF vs fondi attivi
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Studi SPIVA: negli USA oltre il 90% dei fondi attivi large cap ha sottoperformato l’S&P 500 a 15 anni.
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Morningstar Active/Passive Barometer: in Europa dati simili, con performance inferiori per la maggior parte dei fondi attivi al netto dei costi.
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ESMA: conferma che i costi elevati dei fondi UCITS riducono la probabilità di battere gli indici.
👉 Dati solidi, ma presentati spesso come: “Fondi attivi perdono, ETF vincono, quindi scegliamo ETF e il gioco è fatto”.
2. Il gioco di marketing dei consulenti
Molti consulenti che propongono portafogli di ETF:
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Usano il termine “gestione passiva” come bandiera.
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Confrontano un indice (es. MSCI World) con i fondi attivi che cercano di batterlo.
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Mostrano la sottoperformance dei fondi.
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Concludono: “Con gli ETF sei più efficiente e vinci sempre”.
➡️ Peccato che quella non sia gestione passiva pura, ma semi-passiva: asset allocation, copertura cambio, ribilanciamenti e ottimizzazione fiscale sono scelte attive.
3. Perché il confronto è fuorviante
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Paragone non simmetrico
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Da un lato c’è un indice, senza costi né scelte.
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Dall’altro fondi attivi con costi elevati e mandate diversi.
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Si evita la parola semi-passiva
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Il consulente preferisce dire “passiva” per sembrare più onesto.
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Si ignora il vero valore
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Non è l’ETF in sé a fare la differenza, ma il processo di asset allocation e disciplina.
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4. Esempio pratico
Confrontiamo l’MSCI World con fondi azionari globali attivi:
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L’indice negli ultimi 15 anni ha reso circa il 9% annuo.
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La media dei fondi attivi globali si è fermata al 7%.
👉 Conclusione tipica: “Meglio l’ETF”.
Ma nella pratica il portafoglio del cliente non sarà mai solo MSCI World: ci saranno obbligazioni, emergenti, duration, valute. Tutte scelte attive.
5. Quando l’ETF diventa “attivo travestito”
Molti consulenti parlano di passività ma poi inseriscono:
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ETF fattoriali (value, momentum, low vol).
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ETF tematici (AI, energia green, robotica).
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Rotazioni settoriali o geografiche.
👉 Questa non è gestione passiva: è gestione attiva con ETF.
6. Quando il consulente diventa gestore attivo con ETF
Se un consulente spinge troppo la discrezionalità – scegliendo settori, temi, fattori, valute, tempi di ingresso e uscita – smette di fare semi-passiva e diventa a tutti gli effetti un gestore attivo con ETF.
👉 Ma siamo sicuri che un consulente che fa il “gestore attivo” sugli ETF sia davvero capace di fare meglio di un fondo attivo tradizionale?
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I fondi attivi hanno team di analisti, processi strutturati, strumenti di ricerca.
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Un consulente singolo rischia di cadere nelle stesse trappole di qualsiasi investitore retail: market timing, mode di mercato, scelte emotive.
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Con gli ETF i costi sono bassi, ma se le scelte sono sbagliate non basta a salvare il rendimento.
➡️ È il rischio della sindrome del gestore: partire vendendo la passività, per poi cedere alla tentazione di dimostrare il proprio valore con scelte attive.
7. ETF e bias comportamentali: il paradosso della consulenza
Gli ETF sono nati per:
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Ridurre i costi.
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Limitare gli errori comportamentali degli investitori (evitare market timing e trading eccessivo).
Ma se un consulente usa gli ETF per fare semi-passiva o addirittura attiva, rischia di introdurre proprio quei bias che gli ETF volevano eliminare:
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Market timing mascherato (aumentare o ridurre l’azionario in base al momento).
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Overtrading (rotazioni continue tra settori o temi).
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Home bias/narrative bias (scelte dettate dalle mode del momento).
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Illusione di controllo (far credere al cliente che “muoversi spesso” significhi protezione).
👉 Paradosso: lo strumento nato per semplificare e togliere emotività diventa il mezzo con cui si introducono più complessità e comportamenti irrazionali.
8. Il confronto corretto: processo vs processo
Il vero paragone non è “ETF vs fondi attivi”, ma:
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Processo semi-passivo con ETF (asset allocation chiara, disciplina, fiscalità).
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Processo attivo tradizionale (stock picking, market timing, discrezionalità).
👉 Solo così il cliente capisce la differenza reale.
Conclusione
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Il confronto ETF vs fondi attivi è spesso usato come strumento di marketing.
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Ma se il consulente diventa un gestore attivo con ETF, il rischio è replicare gli stessi errori dei fondi attivi.
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Peggio ancora: così facendo si rischia di aumentare l’incidenza dei bias comportamentali, proprio quelli che gli ETF erano nati per ridurre.
La vera differenza non è tra ETF e fondi attivi, ma tra chi ha un processo trasparente e disciplinato e chi si affida a slogan e tatticismi.
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