Negli ultimi giorni il mio articolo sul confronto tra ETF e fondi attivi ha generato un dibattito acceso e a tratti polarizzato. Tifoserie, accuse gratuite, e anche qualche osservazione costruttiva – tutto ben accetto, quando c’è voglia di approfondire.
Ma allora rilanciamo, con metodo e dati. Perché, al di là delle opinioni, esistono numeri, analisi di lungo termine e un principio semplice: il portafoglio deve servire il cliente, non il consulente o la rete.
Da dove eravamo partiti
Il confronto non voleva essere un atto d’accusa, né un’assoluzione generale per gli ETF. L’intento era stimolare una riflessione trasparente: confrontare portafogli reali, con costi complessivi e performance nette di almeno 10 anni, per capire chi restituisce più valore al cliente.
Eppure, in pochi hanno colto il senso. Molti si sono difesi… ma nessuno ha portato un portafoglio reale da confrontare.
I dati, non le sensazioni
- SPIVA (S&P, 2024): dopo 10 anni, meno del 15% dei fondi attivi azionari globali batte il benchmark. Oltre l’85% resta sotto, al netto di costi e inefficienze.
- Morningstar (2023): l’ETF medio globale ha avuto un rendimento netto superiore di +1,2% annuo rispetto al fondo attivo comparabile.
- ESMA (2023): i fondi distribuiti con retrocessioni sono meno performanti, e la trasparenza sui costi totali (TER + fee + IVA) è ancora una criticità.
Fonti: SPIVA Scorecard 2024; Morningstar Global Fund Report; ESMA Cost & Performance Report.
Il problema della selezione ex ante e il mito dell’ETF statico
Molti obiettano: “Ci sono fondi che hanno battuto l’indice”. Verissimo. Ma chi è in grado di selezionarli prima che lo facciano, e mantenerli coerentemente in portafoglio per un decennio?
La verità è che la selezione ex ante è un miraggio, anche tra professionisti. E mentre molti criticano la gestione attiva per i suoi fallimenti, dimenticano che anche l’ETF, per quanto passivo nella struttura, non è affatto gestito in modo passivo nei portafogli reali.
Lazy portfolio: mito o realtà?
Portafogli ETF veramente statici sono rari. Anche portafogli come l’“All Weather” o lo “Swensen” vengono ribilanciati e adattati.
- Il Simplified Permanent Portfolio ha ottenuto ~7,3% annuo dal 1995 con drawdown max -16% (LazyPortfolioETF).
- Ma nella pratica, gli ETF vengono venduti, spostati, sostituiti: non c’è pigrizia, c’è attivismo.
ETF durante le crisi: flussi e reazioni
- Marzo 2020: ETF investment-grade hanno subito uscite pari al 5-6%, fondi tradizionali 6-7% (ICI, IOSCO).
- 2025: ETF Cina -3,8 mld € in aprile, +401 mln in maggio (Reuters); ETF azionari USA -4,8 mld €, +1,4 mld su bond ETF (FNLondon).
- USA aprile 2025: flussi netti ETF +437 mld $, rapporto acquisto/vendita 5:1 (WSJ, Axios).
Conclusione: il comportamento reale degli investitori è tutt’altro che passivo. Anche nei portafogli ETF, la gestione è dinamica e reattiva.
Storia e contesto dei fondi attivi
Nati come soluzione per affidare la gestione a professionisti, i fondi attivi dominano il mercato italiano dagli anni ’80. Ma già dopo la crisi del 2008, iniziano i dubbi sulla capacità reale di sovraperformare.
- Bogle (Vanguard) è tra i primi a smascherare l’illusione di valore generato attivamente.
- In Italia, le retrocessioni alimentano un conflitto di interessi che penalizza i clienti.
- Ancora troppe poche banche propongono consulenza evoluta fee-only con restituzione delle retrocessioni in conto, mettendo al centro la consulenza e l’investitore.
La regolamentazione MIFID 2 ha cercato di aumentare trasparenza, ma i risultati restano parziali.
L’evoluzione degli ETF
Dal primo ETF USA nel 1993 (“SPY” sull’S&P500) alla diffusione post-crisi 2008, fino all’esplosione degli ETF tematici, smart beta, obbligazionari, attivi.
Oggi:
- ETF attivi globali: 1.480 miliardi $ (ETFGI, giugno 2025);
- In Europa: +61% flussi su ETF attivi (BBH Survey);
- USA: +26,7% flussi YTD ETF attivi (Natixis IM, 2025).
Gli ETF hanno democratizzato l’accesso a mercati prima riservati ai fondi di nicchia.
Bias cognitivi: ETF e fondi non sono immuni
- Overconfidence: pensare di saper selezionare il miglior fondo o il miglior ETF in base a intuizioni o trend recenti. Spesso questo porta a una rotazione eccessiva dei prodotti in portafoglio, con perdita di rendimento potenziale e aumento dei costi impliciti.
- Recency bias: si tende a sovrappesare l’importanza delle performance recenti, dimenticando che ciò che ha funzionato ieri potrebbe non funzionare domani. Questo bias porta molti investitori a inseguire ETF tematici o fondi di moda proprio nel momento sbagliato.
- Loss aversion: il dolore di una perdita pesa molto più della soddisfazione per un guadagno. Questo porta i clienti a vendere posizioni in perdita nei momenti di panico, sia su ETF che su fondi, compromettendo la strategia di lungo periodo.
- Illusione di controllo: gli investitori spesso sopravvalutano la loro capacità di gestire il rischio o prevedere il mercato. Questo alimenta la convinzione di poter battere il mercato con scelte attive, anche quando si utilizza uno strumento passivo come l’ETF.
Il rischio comportamentale è presente in entrambi gli strumenti. Non è lo strumento a determinare il successo dell’investimento, ma l’approccio mentale e il processo decisionale. Ecco perché il ruolo del consulente non è solo tecnico, ma sempre più comportamentale: aiutare il cliente a non essere il proprio peggior nemico.
Casi studio numerici
Caso 1: ETF globale vs fondo attivo globale
- ETF MSCI World (SWDA) 2013-2023: +164% netto (media 10,2% annuo netto con TER 0,20%).
- Fondo attivo medio categoria Morningstar: +122% netto (media 8,3% annuo con TER 1,7%).
Caso 2: ETF gestito attivamente da consulente
- Ribilanciamenti 2x/anno, rotazioni tematiche: +86% 2016-2023.
- ETF lazy buy&hold stesso periodo: +108% (es. iShares MSCI World UCITS ETF – SWDA, detenuto senza modifiche dal 2016).
Conclusione: anche gli ETF possono sottoperformare se gestiti attivamente in modo errato.
Il ruolo del consulente
Non è ETF contro fondi. È consulente preparato vs venditore.
Il vero valore è:
- Saper costruire portafogli coerenti con gli obiettivi;
- Educare il cliente sui costi e comportamenti;
- Ridurre l’impatto emotivo nei momenti chiave.
Chi usa ETF in modo attivo ha le stesse responsabilità di chi gestisce fondi attivi.
Il futuro della consulenza
- Crescita di modelli fee-only, senza conflitti di retrocessione;
- Portafogli modello ibridi (ETF + fondi attivi selezionati con criteri oggettivi);
- Sempre più attenzione a ESG, costi totali, rischio comportamento.
Il futuro è nella consulenza indipendente e consapevole, non nei prodotti.
Conclusione
Non basta dire che “non si può selezionare ex ante i migliori fondi”. Bisogna anche riconoscere che gli ETF non restano fermi nel tempo.
Il confronto tra fondi attivi ed ETF statici è, nella pratica, inaffidabile e fuorviante.
La vera domanda da porsi non è “quale strumento scegliere?”, ma quale processo, quale logica, quale trasparenza guida la costruzione di un portafoglio. Un buon ETF può fare danni se gestito male e magari attivamente, un fondo attivo può aggiungere valore se selezionato e mantenuto correttamente.
Serve un cambio di paradigma: passare dal confronto tra prodotti al confronto tra strategie, comportamenti, e coerenza con gli obiettivi del cliente.
Il cliente non cerca un prodotto vincente, ma una guida affidabile in un mercato pieno di scelte e rumore. E questa guida ha il dovere di superare le mode, evitare le semplificazioni e portare chiarezza, metodo e visione di lungo termine.
Se vogliamo far crescere davvero il nostro settore, dobbiamo iniziare da qui: non difendere i prodotti, ma difendere i clienti.
Call to action
Hai un portafoglio in ETF o fondi?
Confrontiamolo:
- rendimento netto reale (al netto di tutto);
- costi totali (TER + consulenza + IVA);
- coerenza rischio/obiettivo.
Scrivimi. Facciamo un confronto serio, utile e trasparente. Anche questo è educazione finanziaria.

