Venerdì 17 aprile aggiornamento guerra. L'Iran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il petrolio ha perso l'11% in poche ore, le borse europee hanno chiuso in forte rialzo. Quello che è successo ai mercati in queste sette settimane è un caso di studio perfetto sul comportamento degli investitori sotto pressione.
Stamattina, mentre scrivevo queste righe, è arrivata la notizia che molti aspettavano da settimane: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato su X la riapertura del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, "in linea con il cessate il fuoco in Libano". Nel giro di pochi minuti il Brent ha perso quasi l'11%, scendendo a 88 dollari. Le borse europee hanno accelerato al rialzo. Milano ha chiuso a +1,9%, sui massimi dal 2000. Francoforte +2%, Wall Street positiva.
Non posso sapere come si evolverà la situazione nel weekend. I negoziati tra Washington e Teheran sono in corso — sul tavolo ci sarebbe un accordo di tre pagine che include lo sblocco di 20 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in cambio della rinuncia all'uranio arricchito. Restano nodi aperti. La tregua è fragile. Domani le cose potrebbero essere diverse.
Ma quello che voglio fare oggi non è una previsione. È un'analisi di quello che è successo sui mercati in queste sette settimane — e soprattutto di come molti investitori italiani si sono comportati. Perché i dati che vedo ogni giorno nel mio lavoro sono chiari: è successo esattamente quello che succede sempre.
La cronologia: sette settimane che hanno messo alla prova ogni piano
Riassumo rapidamente per chi ha perso qualche passaggio. Il 28 febbraio 2026, nella notte italiana, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l'operazione congiunta contro l'Iran. I mercati erano chiusi — la scelta del sabato sera non era casuale. Alla riapertura di lunedì il Brent era già sopra i 90 dollari. Nei giorni successivi era arrivato a sfiorare i 141 dollari ad aprile, il livello più alto dal 2008.
Il 13 aprile, dopo il fallimento dei colloqui di pace a Islamabad, Trump aveva ordinato il blocco navale dei porti iraniani. Il petrolio era tornato sopra i 100 dollari, le borse europee erano scivolate, lo spread BTP-Bund aveva toccato 79 punti base. I mercati azionari globali dal picco prebellico avevano perso circa il 7–8%.
Poi, venerdì 17 aprile, la svolta di oggi.
Chi oggi è rimasto investito ha visto una giornata fortemente positiva. Chi era uscito nei momenti peggiori delle ultime settimane — durante il picco del petrolio a 141 dollari, durante il blocco navale di lunedì scorso, durante i titoli più allarmistici dei giornali — ha perso tutto o parte del rimbalzo di oggi. E questo è precisamente il pattern che si ripete in ogni crisi geopolitica degli ultimi trent'anni.
📖Quello che i mercati ci dicono sulle guerre: i dati storici
Capisco perfettamente la sensazione di chi, nelle ultime settimane, ha guardato il portafoglio scendere con la guerra in corso e si è chiesto se fosse il momento di uscire. Non è irrazionale chiedersi. Il problema è che la risposta storica è quasi sempre la stessa:uscire durante una crisi geopolitica e rientrare dopo la risoluzione significa vendere ai minimi e comprare ai massimi.
Deutsche Bank ha analizzato 30 grandi eventi geopolitici dal 1939 a oggi. Il calo medio degli indici azionari americani durante queste crisi è stato del 4%. Il tempo medio di recupero: poche settimane. Anche durante eventi enormi come l'invasione del Kuwait nel 1990, l'11 settembre 2001, gli attacchi ai siti nucleari iraniani del 2025 — in tutti questi casi i mercati hanno avuto reazioni violente nel breve e recuperi rapidi.
Questo non significa che ogni crisi si risolve allo stesso modo, né che non esistano scenari peggiori. Esistono — e li analizzo tra poco. Significa chereagire emotivamente a ogni titolo di giornale è sistematicamente costosoper chi investe con un orizzonte di lungo periodo.
Approfondimento:Milano Finanza — i mercati possono resistere alla guerra in Iran (analisi Deutsche Bank)«I mercati hanno previsto nove delle ultime cinque recessioni. Hanno reagito in modo eccessivo a quasi ogni crisi geopolitica dell'ultimo secolo. La pazienza disciplinata batte quasi sempre il panico informato.» — Elaborazione Matteo Giovagnoni su dati Deutsche Bank e FactSet 2024📖
I tre scenari: dove siamo e dove potremmo andare
Detto questo, sarei disonesto se non analizzassi anche i rischi reali. Il conflitto non è ancora risolto. La tregua di oggi è fragile. I negoziati potrebbero fallire. Ecco i tre scenari che ogni investitore dovrebbe tenere a mente — non per agire d'impulso su ciascuno, ma per avere un piano che regga in tutti e tre.
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🟢Scenario A — Accordo nelle prossime settimane (probabilità stimata: 45–50%):I negoziati producono un accordo. Hormuz resta aperto, petrolio scende verso gli 80 dollari, borse europee recuperano i massimi pre-guerra. Chi è rimasto investito ha già catturato il movimento di oggi. Per chi è in liquidità: ogni rimbalzo ulteriore riduce il margine di ingresso.
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🟡Scenario B — Conflitto prolungato (probabilità stimata: 40–45%):La tregua è temporanea, i negoziati si incagliano, Hormuz torna parzialmente chiuso. Petrolio stabile tra 90 e 110 dollari. Inflazione persistente, BCE in stand-by sui tagli, mercati volatili ma senza crollo sistemico. Difficile psicologicamente, gestibile con un piano scritto.
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🔴Scenario C — Escalation severa (probabilità stimata: 10–15%):Il conflitto si allarga, infrastrutture energetiche del Golfo vengono colpite, petrolio strutturalmente sopra i 120 dollari per 6+ mesi. Stagflazione, banche centrali in difficoltà, correzione significativa (−15/20%). Anche i portafogli difensivi soffrono — ma chi ha liquidità separata e un piano scritto regge meglio di chi decide sotto stress.
Notate una cosa: in nessuno dei tre scenari la risposta corretta è "vendi tutto e aspetta". In tutti e tre la risposta è avere un portafoglio costruito per reggere la volatilità, liquidità separata che non ti obblighi a vendere in perdita, e un piano scritto che ti dica cosa fare prima che l'emotività prenda il sopravvento.
Cosa ha fatto chi aveva un piano — e cosa ha fatto chi non ce l'aveva
Nelle ultime settimane ho avuto molte conversazioni con clienti. E le ho divise mentalmente in due categorie nette, non per reddito o per tipo di portafoglio, ma per una sola variabile: avevano un piano scritto oppure no.
Chi aveva un piano — orizzonte definito, regola di non intervento scritta, liquidità separata per le emergenze — ha attraversato queste sette settimane con una certa serenità. Qualcuno mi ha scritto per capire la situazione, per avere un'analisi, non per fare qualcosa. Questa è la differenza che conta.
Chi non aveva un piano — o ce l'aveva solo in testa — ha attraversato le stesse settimane sotto stress crescente. Alcuni hanno ridotto l'esposizione "per stare più tranquilli". Alcuni hanno spostato tutto in liquidità "aspettando che si chiarisse". La maggior parte lo ha fatto tra il 2 e il 10 aprile, esattamente nei giorni di massima tensione. Oggi queste persone guardano le borse in rialzo e si chiedono quando rientrare.
Non è colpa loro. È esattamente come funziona il cervello umano sotto pressione — lo chiamiamomyopic loss aversion: la tendenza a sopportare meglio la certezza di una piccola perdita oggi che l'incertezza di una perdita potenzialmente più grande domani. È una risposta evolutiva, non una scelta razionale. E si combatte con la preparazione, non con la forza di volontà.
📖Cosa fare adesso: cinque punti concreti
Non mi piacciono i consigli generici — "stai calmo", "guarda il lungo periodo" — senza sostanza operativa. Ecco cinque indicazioni concrete per chi sta leggendo questo articolo venerdì 17 aprile 2026.
- Non fare nulla di impulsivo sulla base della notizia di oggi.Un accordo non è ancora siglato. Riallocare il portafoglio in risposta al rimbalzo di oggi è esattamente lo stesso errore di averlo riallocato in risposta al crollo di due settimane fa — solo nella direzione opposta. Le decisioni di portafoglio si prendono con calma, non in reazione ai movimenti giornalieri.
- Se sei uscito nelle ultime settimane, non rientrare tutto oggi.Rientrare in un'unica soluzione dopo un rimbalzo del 10% è esattamente il timing sbagliato. Se vuoi rientrare, fallo gradualmente — tre o quattro tranche in altrettante settimane — indipendentemente da dove va il mercato la settimana successiva.
- Rivedi la composizione del portafoglio con una logica di scenario.Nei tre scenari che ho descritto sopra, qual è la tua esposizione? Hai liquidità sufficiente da non essere costretto a vendere se lo scenario B o C si materializza? Il tuo orizzonte temporale è ancora quello che avevi dichiarato a inizio anno?
- Scrivi il tuo piano di crisi prima che arrivi la prossima crisi.Questa guerra è finita — o quasi. Ma un'altra crisi arriverà. Quando arriverà, avrai un piano scritto che ti dice cosa farai se il portafoglio scenderà del 15%? Del 25%? Se non ce l'hai, il prossimo test emotivo produrrà gli stessi errori di questo.
- Ricorda che il contesto macro non è tornato normale.Anche con Hormuz aperta e un accordo in avvicinamento, il Brent è ancora a 88 dollari — oltre il 20% sopra i livelli di inizio anno. L'inflazione si è riaccesa. La BCE ha rimandato i tagli. I portafogli costruiti per un contesto di tassi in discesa vanno riconsiderati nel nuovo contesto.
Una cosa che mi rimane in testa
Ogni volta che attraverso con i clienti una crisi come questa — e questa è stata intensa, sette settimane con il petrolio che oscillava tra 80 e 141 dollari, titoli dei giornali che parlavano di stagflazione globale e collasso del sistema energetico — mi rendo conto che il problema principale non è mai stato il portafoglio. Il portafoglio quasi sempre regge. Il problema è la conversazione interiore dell'investitore nelle notti in cui i mercati scendono e le notizie fanno paura.
Quello che un consulente serio fa nei momenti come questo non è prevedere dove andrà il petrolio la prossima settimana. Non lo sa nessuno — e chi dice di saperlo mente o si inganna. Quello che fa è essere la voce razionale nel momento in cui l'emotività prende il sopravvento. Ricordare al cliente il piano che aveva scritto quando era sereno. Aiutarlo a distinguere tra il rumore della notizia di oggi e la struttura del piano di lungo periodo.
È un lavoro che si fa prima, non durante. I clienti che hanno attraversato queste sette settimane con più serenità non erano quelli con i portafogli più difensivi. Erano quelli che avevano un piano fatto bene — e un consulente con cui avevano già discusso cosa avrebbero fatto in uno scenario come questo.
«Non è il mercato a fare la differenza. Siete voi a fare la differenza.» — Matteo Giovagnoni, Consulente Finanziario Fineco
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Matteo Giovagnoni è consulente finanziario FinecoBank iscritto all’Albo OCF (delibera n. 586 del 29/05/2014), soggetto autorizzato e vigilato da Consob e IVASS (RUI n. E000502819). Specializzato in finanza comportamentale e pianificazione patrimoniale. Best Financial Advisor Central Italy 2023 e 2024 per CityWire. Certificazioni: CIMA® (in corso), CFA Investment Foundations®, EFPA ESG Advisor, EFPA EPS, BEP SDA Bocconi.

