Perché l’emotività costa più della volatilità: la vera scelta che determina il successo dell’investitore
Gli ultimi dieci anni hanno creato un’illusione pericolosa. Abbiamo vissuto volatilità, crisi geopolitiche, shock improvvisi… ma non abbiamo vissuto un vero bear market prolungato come il 2008, con oltre 17 mesi consecutivi di ribassi e un drawdown superiore al 50%.
Un’intera generazione di investitori non ha mai sperimentato cosa significa vedere il proprio patrimonio dimezzarsi e restare comunque disciplinati.
Nel frattempo:
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l’educazione finanziaria in Italia rimane tra le più basse d’Europa;
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i social hanno diffuso un fai-da-te carico di eccessiva fiducia;
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le piattaforme digitali guadagnano non dai rendimenti degli investitori, ma dal numero delle loro operazioni.
È in questo contesto che l’emotività diventa il vero costo nascosto dell’investimento.
Non la volatilità.
L’emotività.
L’emotività è il principale nemico del rendimento
Uno degli studi più importanti nella storia della finanza comportamentale è quello di Barber & Odean:
Just How Much Do Individual Investors Lose by Trading? (2009)
https://faculty.haas.berkeley.edu/odean/papers%20current%20versions/justhowmuchdoindividualinvestorslose_rfs_2009.pdf
Risultato:
Gli investitori retail che fanno molte operazioni sottoperformano sistematicamente il mercato tra i 3% e i 6% all’anno.
Il problema? Non il mercato. Il comportamento.
Lo ribadisci anche nel PDF 15 immagini che ti faranno essere un investitore migliore:
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“Decidere sulle proprie emozioni uccide i rendimenti”
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“Ogni investitore può diventare il suo peggior nemico”
La volatilità è fisiologica.
Le reazioni impulsive sono letali.
Non affrontiamo un bear market serio dal 2008
Le correzioni del -10% o del -20% sono normali e frequenti (3–4 volte l’anno in media negli USA).
Ma un vero mercato ribassista prolungato – come 2000–2003 o 2008–2009 – manca da troppo tempo.
Senza memoria del dolore, molti investitori:
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sopravvalutano le proprie capacità,
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sottovalutano il rischio,
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pensano di “sapere come funziona il mercato”,
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credono che “tanto rimbalza sempre velocemente”.
È così che nasce l'arroganza finanziaria.
L’Italia è uno dei Paesi con minore educazione finanziaria: le fonti ufficiali
1. Indagine IACOFI 2023 – Banca d'Italia
Risultato: 10,7 su 20 nel livello medio di alfabetizzazione finanziaria.
Fonte:
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagini-alfabetizzazione/2023-indagini-alfabetizzazione/index.html
2. Ricerca 2025 (ANSA, Repubblica, Finanzaonline)
Solo il 16,6% degli italiani possiede competenze finanziarie minime accettabili.
Fonte:
https://finanza.repubblica.it/News/2025/09/02/allarme_educazione_finanziaria_poco_piu_di_1_italiano_su_10_ha_competenze_finanziarie_accettabili-143/
3. OECD/PISA 2022 – Financial Literacy
Tra gli studenti quindicenni italiani:
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18% non raggiunge il livello base (Livello 2)
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Solo 5% raggiunge il livello più elevato (contro l’11% della media OCSE)
Fonte (nota ufficiale Italia):
https://www.oecd.org/content/dam/oecd/it/publications/reports/2024/06/pisa-2022-results-volume-iv-country-notes_1ac5350e/italy_578e6a26/dbb32bb4-it.pdf
Conclusione:
Un Paese con scarsa educazione finanziaria è un Paese vulnerabile al fai-da-te e alle promesse semplicistiche dei social.
I social alimentano “l’arroganza finanziaria”
Quando competenza bassa e fiducia alta si incontrano, nasce uno dei peggiori cocktail comportamentali:
l’overconfidence.
I social veicolano tre idee pericolose:
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“Battere il mercato è facile”
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“Basta scegliere l’ETF giusto”
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“Posso gestire tutto da solo”
Ma l’algoritmo non premia ciò che è corretto.
Premia ciò che genera emozione.
E l’emozione è il peggior consulente finanziario possibile.
Le app di trading vogliono che tu faccia operazioni, non che tu guadagni
Studi chiave sulla gamification del trading
📌 The effects of trading apps on investment behavior over time (2024)
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1351847X.2024.2401604
Risultato:
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più utilizzi app di trading → più aumentano le operazioni
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più operi → più peggiorano le performance
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più vieni esposto al “gioco” → più scattano bias emotivi
Perché i trader retail perdono?
📌 Why 90% of Stock Market Traders Are in Loss? (SSRN, 2024)
https://papers.ssrn.com/sol3/Delivery.cfm/4849875.pdf?abstractid=4849875
Risultato:
90% dei trader attivi finisce in perdita.
Il modello economico delle piattaforme
📌 Investor Behavior and Trading Outcomes – Deutsche Bundesbank
https://www.bundesbank.de/resource/blob/707136/29ddeefeef350ff844191061867b069c/mL/2011-01-investor-behaviour-data.pdf
Risultato:
Le piattaforme guadagnano da commissioni, spread, prestito titoli, CFD, operatività frequente.
Non dai tuoi guadagni.
La vera domanda: meglio massimizzare il rendimento o minimizzare la volatilità?
A questo punto la domanda non è più teorica.
È pratica.
È comportamentale.
È umana.
1️⃣ I dati ci dicono che il prezzo dei rendimenti alti è la volatilità
2️⃣ I migliori giorni di mercato avvengono spesso vicino ai peggiori
Perdersi anche solo 10 migliori giorni significa distruggere i rendimenti di un intero ciclo.
3️⃣ L’interesse composto funziona solo se si rimane investiti
Conclusione: la risposta non è matematica, ma psicologica.
👉 Se un investitore ha difficoltà a gestire l’emotività,
👉 Se opera troppo,
👉 Se si fa influenzare dai social,
👉 Se non ha un vero piano,
allora un portafoglio più stabile e meno volatile batte – nel lungo periodo – un portafoglio più redditizio ma ingestibile emotivamente.
La disciplina batte la performance.
La coerenza batte il coraggio occasionale.
La strategia batte l’istinto.
Conclusione
L’investimento non è una gara a chi fa meglio “quest’anno”.
È una gara a chi riesce a rimanere investito più a lungo.
La volatilità è fisiologica.
L’emotività è opzionale… ma pericolosissima.
E in un Paese con scarsa educazione finanziaria, piattaforme che incentivano il trading compulsivo e social che alimentano illusioni di superiorità…
la scelta migliore è semplice:
meno rumore, più metodo; meno operazioni, più strategia; meno euforia, più pianificazione.
Questo significa investire con la testa.
Non con il feed.
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Scrivimi e fissiamo un colloquio conoscitivo.
📩 matteo.giovagnoni@pfafineco.it
Gestione passiva: il mito che non esiste
Negli ultimi anni la parola “passivo” è diventata una calamita per investitori e consulenti.
Sui social spopolano post che promettono la gestione passiva come soluzione definitiva: costi bassi, semplicità, trasparenza.
Il problema? La gestione passiva pura non esiste.
Nessuno, nella pratica, investe senza compiere scelte. Ogni portafoglio, anche costruito con ETF indicizzati, è il frutto di decisioni attive: quale indice seguire, come ponderarlo, quando ribilanciare, se coprire il cambio, come gestire la parte obbligazionaria, che fiscalità applicare.
Chi vende la “gestione passiva” senza spiegare queste scelte non sta facendo vera educazione finanziaria: sta facendo marketing.
La grande illusione: indici come “natura del mercato”
Molti pensano che comprare un ETF sull’S&P 500 significhi “comprare il mercato americano”.
In realtà:
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L’S&P 500 è gestito da un comitato discrezionale che decide ingressi ed esclusioni. Non è “automatico”: Tesla fu esclusa a lungo nonostante fosse già enorme in capitalizzazione.
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L’MSCI World e il FTSE All World hanno differenze rilevanti (numero di titoli, peso degli emergenti, criteri di inclusione).
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L’MSCI Emerging Markets considera la Corea del Sud come emergente, mentre FTSE la classifica come sviluppata.
➡️ Prima ancora di acquistare l’ETF, qualcuno ha già fatto scelte attive nella costruzione dell’indice.
La scelta dell’indice: già gestione attiva
Quando un consulente seleziona un ETF per il cliente, prende decisioni che influenzano pesantemente i rendimenti futuri.
Esempio pratico (10 anni al 2024):
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S&P 500 cap-weighted: rendimento annuo medio +12,9%.
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S&P 500 equal-weighted: rendimento annuo medio +10,2%.
Due indici “sullo stesso mercato”, due risultati molto diversi.
➡️ La scelta dell’indice è già gestione attiva.
La ponderazione: un “bet” nascosto
Gli indici ponderati per capitalizzazione concentrano il portafoglio su pochi giganti tecnologici.
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Oggi l’S&P 500 vede oltre il 30% del peso nei Magnificent Seven (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Nvidia, Meta, Tesla).
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Un indice equal-weight riduce questa concentrazione ma aumenta l’esposizione a mid e small cap.
Non esiste un modo “neutro” di pesare il mercato: ogni schema di ponderazione implica una visione.
ETF passivi? Non proprio
Gli ETF replicano un indice, ma l’implementazione è tutt’altro che passiva:
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Replica fisica totale o campionata: influisce su tracking error e costi.
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Copertura valutaria (hedged): il gestore decide come e quando rollare i contratti derivati.
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ETF smart beta e tematici: si presentano come “passivi”, ma dietro hanno criteri di selezione molto attivi (fattori, settori, esclusioni ESG).
➡️ Parlare di “ETF passivo” è improprio: si tratta di strumenti che applicano regole attive in maniera standardizzata.
La consulenza “con ETF”: semi-attiva per definizione
Quando un consulente propone un portafoglio di ETF, fa scelte attive:
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Asset allocation: decidere quanto azionario, quanto obbligazionario, quanto emergente.
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Valute: usare o meno versioni hedged, con impatto diretto sulla volatilità.
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Ribilanciamento: stabilire frequenza e criteri (calendario fisso o bande di tolleranza).
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Fiscalità: ottimizzare la tassazione italiana con ETF armonizzati UCITS.
➡️ Questa non è gestione passiva: è gestione semi-attiva tramite strumenti passivi.
Perché allora tutti parlano di “passivo”?
Tre motivi principali:
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Marketing: “passivo” suona semplice, rassicurante e low-cost.
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Contrasto con i fondi tradizionali: dire “noi siamo passivi” è un modo per differenziarsi dall’industria costosa e poco trasparente.
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Moda social: oggi passivo = intelligente. Ma è una semplificazione utile a fare engagement, non a spiegare davvero la complessità.
Attivo vs passivo: cosa conta davvero
I dati SPIVA dimostrano che la maggioranza dei fondi attivi sottoperforma gli indici di riferimento su orizzonti lunghi.
Ma questo non significa che l’investitore possa limitarsi a “comprare un ETF e dimenticarsene”.
Serve un processo che definisca:
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Asset allocation coerente con gli obiettivi.
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Regole di ribilanciamento.
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Disciplina comportamentale (per non vendere nei crolli).
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Ottimizzazione fiscale.
➡️ La vera differenza non è tra attivo e passivo, ma tra chi ha un processo trasparente e disciplinato e chi si affida a slogan.
Una scala della passività (per capire dove sei)
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Quasi-passivo: 1–2 ETF globali (azionario e obbligazionario) + ribilanciamento annuale meccanico.
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Semi-attivo (la maggioranza dei casi): portafoglio con 5–10 ETF, ribilanciamenti, copertura cambio, qualche tilt fattoriale.
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Attivo con ETF: uso di ETF tematici, rotazioni settoriali, market timing.
Più sali, più cresce la discrezionalità.
Domande da fare al consulente
Per capire se la tua “gestione passiva” è davvero tale, chiedi:
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Quale indice avete scelto e perché?
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Come gestite il ribilanciamento?
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Come trattate il rischio cambio?
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Quali sono i costi totali (TER, spread, fiscalità)?
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Qual è la percentuale di portafoglio che può cambiare in base alle condizioni di mercato?
Chi non sa rispondere con chiarezza, probabilmente ti sta vendendo uno slogan.
Conclusione
La gestione passiva pura è un mito.
Ogni portafoglio implica scelte attive.
La differenza vera sta nella trasparenza e nella disciplina:
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passivi nei costi,
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attivi nelle decisioni che contano (asset allocation, fiscalità, gestione comportamentale).
La gestione intelligente non è “passiva”: è onesta.
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